lepidotteri

Per Ade Zeno, che gli piaccia oppure no.

Sono un killer. Occhi pungenti. Fronte gremita. Mani… le mie mani.
Accendo un'altra sigaretta, la mano in grembo. Guardo il lepidottero steso par terre che muove ancora le ali striate di azzurro. Piego il capo per apprezzare una sottile venatura grigia che sfuma nel marrone… Mi fa pensare a un tramonto sporco visto dalla città, di qua dalle zone dei complessi industriali, l'ultima luce che permette di vedere le macchie e le croste sui vetri, prima del buio…
Fumo lentamente, soffio via il fumo tossendo. Mi lascio coricare sul tappeto, lentamente fermandomi come una sedia a dondolo, per assumere la posizione di Marilyn quando ne fu scoperto il corpo… Ma io non ho grazia. La tosse comincia a scuotermi forte come per scavarmi il petto. Sputo un grosso grumo di sangue misto a catarro lì… par terre, vicino al lepidottero.

Sono un killer. Non sarò più…
Muovo le labbra come per sussurrare, recito le parole di quella canzone lasciando che la voce grattugi le corde vocali e si sgretoli. Non ricordo tutte le parole. Lascio che riaffiorino così come vengono, che si ricompongano in fasci di polvere. Lascio che siano polvere e nulla più.

Di là in camera c'è della carne sul letto. Intorno una macchia densa di sangue scuro attraversa il materasso e stilla sul pavimento, producendo un lieve ma regolare tic sul legno.
Di qua ci sono io. Ancora per poco. Chiudo gli occhi e sorrido. Ricordo la canzone… in quiete non è come dire relax.
Più precisamente, di là, un feto con le dita come palline di pongo e la testa enorme. E poi al centro della stanza, sul pavimento, una donna riversa con la pancia aperta. Io la conoscevo, l'ho conosciuta, l'ho uccisa…

Non ho motivo di vergognarmi. Improvvisamente vorrei trovarmi su un'altalena, in una fumeria d'oppio, nel West. Ad ovest… di me.
Guardo il palmo della mano che stringe la sigaretta. Il sangue rappreso fra le dita, una crosta sottile che riflette la luce. Sorrido corrugando gli angoli della bocca… Anche il dorso della mano è coperto di grumi di sangue…
Scosto l'altro palmo dal grembo e osservo il buco che mi riempie la pancia. Qualcosa di grosso che ho dovuto cercare scavando, completamente trasformata nella forma dalla malattia.

Fa che non abbia più niente di cui pentirmi. Che non debba più cambiare idea… Anche il tappeto ora è zuppo di sangue…

Chiudo gli occhi, riposo un istante… Siamo tutti un po' lepidotteri… tutti un po' lepidotteri… E mi convinco che tutti i miei sentimenti riposano ora in quell'ammasso che sembra quasi pulsare, assorbire la luce… le ali del lepidottero assorbono il sangue, si stanno sciogliendo… Sorrido… Proprio mentre sugli occhi sembra che mi abbiano messo del sale e tutto diventa cielo buio e invadente, il lepidottero… le ali non si muovono più…


Radio M

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appunto per una cosa che non c'è

Se fossi un frammento di porcellana sarei felice d'essere me. Un vaso di porcellana falsa maldipinto magari rubato o comprato per due soldi al mercato delle pulci un martedì umido, un vaso colorato con tinte banali e stupide magari fantasie gialle e verdi scintillanti magari con puntini impressi lì dorati spessi come piccoli sassi tanto per dare un senso d'eleganza. Se fossi un frammento di puntino dorato sarei felice d'essere me. Vomiterei tranquillo immerso nell'ombra di un telone da fiera o avvolto in una bambagia di foulards sottili come capelli e profumati di essenze indiane. Parlerei all'aria come fanno gli uccelli di mattina presto direi cose su cui non ho mai pensato abbastanza sarei ricco di argomenti da segnalare all'ordine costituito sarei una piccola puttana in vendita sui banchetti di domenica o un simbolo funereo ostentato sul davanzale di una bella antica villa in collina. Se fossi questa cosa che non c'è e che sa di vodka alla pesca se fossi questa cosa di cui non si può non si deve non è permesso parlare sarei una cosa che non c'è sarei quello che non sono sarei un vaso ming mai costruito.

Se si trattasse di un silenzio normale un silenzio di quelli a cui sei abituato un silenzio anche solo simile in modo semplice e onesto ai silenzi che bevo ogni giorno se solo fosse un'aria senza voce circondata da rumori indifferenti allora starei bene come un pesce nell'acqua in un'acqua dolce e materna ma qui ora adesso ogni angolo fisico che mi ruota attorno ogni centimetro quadrato cubico alla meno uno in cui mi muovi ogni spiraglio mi sembra nient'altro che una vuota assenza e ho perfino paura perfino il terrore di produrre inavvertitamente il più piccolo rumore la più sottile vibrazione col tuo corpo e anche il ghiaccio che mi sta abbandonando suicidato corrotto dal tempo dal caldo anche i suoi brevi flebili scricchiolii simili a quelli di un ossicino che si rompe anche loro mi fanno paura anche loro sono pezzi di me che se ne vanno e la mia voce ha smesso di rivendicare diritti di replica abrogati dall'inerzia finalmente ho paura di un insieme di cose morte finalmente una paura di cui aver davvero paura.

Questo è un appunto importante.


cose che mi mancheranno e cose che no

Non sbagli.
Hai ragione.
È difficile vivere.
È difficile vivere se.
Devo fare la colazione senza i Corn Flakes al cioccolato.
Hanno dato alla Tv un film di Kubrick e me lo sono perso.
Mi hanno rubato la macchina con su tutte le cassette di Battiato.

Perciò.
Nonostante abbia 75 cose da fare.
Data la difficoltà del vivere in generale.
Non ne faccio nessuna.

Invece.
Mi sdraio sul letto.
E comincio a non fare nulla.

Fissando il buio del soffitto.
Aspetto che la pioggia sfondi il vetro della finestra.
E inondi la stanza.

Potrò versare nell'acqua piovana sali da bagno.
Affondare comodamente sdraiata sul letto.
In un'acqua profumo lavanda.

E se mi viene un po' da piangere.
È perché mi mancherà.
Bere latte e menta con la cannuccia.
Fare il bagno nell'acqua 8°C del fiume di montagna.
Ascoltare la radio di notte.
E mettere lo smalto sulle unghie dei piedi.


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