già nell'agone della decadenza del ciclo dell'eone di nostra signora Iside il monte ritto a cazzo penetrava madreterra e si spiegava la gravità con tutto attirato verso il centro in festa. Sacro ai gemelliabbronzati che fecero strippare il bel teutonico e poi in esso l'Antro Corincio sacro al tutto che le ninfe se le stupra. Le trancedance al tramonto intorno alla fonte Castalia. non ci crede il poeta laureato in contemporanea ma non a Roma allorato che pubblicazione agogna ma non è in agonia nell'agosto della caccia al cinghiale.
il sogno questo che, mi desviscera le tempie batte imbratta si contorce spacco immagine e contorni, senza essenza non mi muovo se si asciuga nella pelle questo giorno questa droga un fermimmagine sospendo, amo il mondo policromo le tendine differenti credo al senso della lotta dei coltelli nei momenti giusti che mi avanzano nel piatto di mattina sono un corto pesce diafano succhio i giorni della gente, daynottando cago ombre brucio i fiori sulle tombe do la fine senza amore su pellicole per strada mentre i corpi come insetti si strofinano le ali spingo smotto poi ritorno come sempre in questo sogno che mi piace sono il cosmo che si mangia i giorni-antrace dimmi il sonno urla il sogno segna i numeri che invece di dormire sette vite nonnhai fatto che succhiare ringhia come un rumore che ritritura le menti spiega come senza amore sia possibile vedere sono il vivere che piace strozzo gli anni dei passati piango quello che non resta sborro lacrime asciugate.
se si prova a contare i passi si finisce che le piume ti circondano il ventre e gli squarci ti passano sul viso inebriato dai raggi di tal stella mezzonana contorsionendo il vestaglio di pietra che smazza clave legnose negli occhi sul buio che già si fa, già, il pestare asserisce movimenti inattesi arcadici di scarafaggi spappolati sviscerati scorazzati ne è piena la via che ora scricchiola il sommovimento giambico. non ci crede il cartepezziere implume provando sentieri eterei si libra in post caduta che per la blatta è lo stesso e stare attenti non basta a provvedere di poche responsabilità ma si esauriscono le piume già assenti e il ventesimo che di secolo sta al piano spoltiglia polpettoni di cicatrici pestanti esoschelotrici figuri ritorti.
dopo tutti quei pigri novantanove anni svegliarsi chiamando urlando la vecchina il fuso che mi punga di nuovo perché ecco così bello sarebbe tornare a sonnecchiare, vestita di origami di carta da zucchero, immersa nel colore della gelatina al lampone con canticchiare d'archi su base di sussurri. nessun castello sarà mai meglio di questo campo di mulini a vapore con pale che affettano nuvole filate da cui piovono fiocchi di riso. qui ho la miglior corte che si possa volere tanti animali di cartone animato che capriolano sulla mia pancia e un branco di coccinelle che mi intrecciano i capelli. che nessuno più mi svegli da questo dormire all'ombra di una coperta di tela di ragno, le gambe sdraiate su un tronco cavo mentre la schiena nuota in piscina.
tra ululati di cani raggela la sera e lampioni che oscillano perché presi a calci per gioco mentre si viene inseguiti da vicini ubriachi. Poi infilarsi di corsa spericolando ogni buio come fosse l'ultimo. Da grandi non si contattano più gli stessi spettri che attraversavano la piazza facendo casino con i motorini durante questioni private. Neanche la domenica pomeriggio quando invece dei pic-nic fuori porta si sorride perché il cane capisce in quale angolo di firmamento si scaricherà l'ultimo sole e l'attende semivuoto, come un madrigale che si pera e allaga di sangue il centro di Milano portando con sé le indicazioni per la metro, le camionette della polizia, due rumeni di notte abbracciati sul marmo, come un Canova contemporaneo alla stazione centrale.
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