Prima di ogni altra cosa, mi sembra giusto metterti al corrente del fatto che fra
me e dio esiste un tacito accordo di non belligeranza; questo per farti prendere
coscienza della fortuna che ti è stata donata. Non so se mi spiego. Un padre
in buoni rapporti con dio in persona, ti assicuro, davvero, senza scherzare,
un padre con rapporti del genere stimati altolocati è una specie di sogno per
chiunque, un sogno che ho deciso di regalarti e di regalare anche a me, il mio
desiderio che vuole avverarsi.
Abbiamo molto tempo per conoscerci prima che. Tu non sai ancora niente, non
sei nemmeno una forma, figurati; però presto inizierai a comparire, a muoverti,
perfino a vederti, pensa. E sono certo che, quando verrà il momento di uscire
fuori, sono certo che ti ricorderai tutto, la mia voce le mie parole i piccoli
rumori che ci circondano e questi lunghi momenti di aspettare dolce e lento.
In ogni caso non corriamo troppo. Non c'è fretta. Devo dirti. Raccontarti. Voglio
spiegarti già da subito chi sarai e da dove verrai. E anche perché.
Ho una specie di amico cinese che si chiama Giuseppe e ha un negozio di
cazzi.
Non solo quelli, in realtà (si possono anche trovare o comunque ordinare diversi
tipi di spezie e campionari ossei di ogni genere), ma diciamo che la precedenza
è rivolta ai falli (la richiesta sul mercato è altissima). Sono esposti in
vetrina, a centinaia, e tutti diversi, membri equini e ovini sotto spirito,
glandi di toro imbalsamati, scroti appesi di varie misure, (vuoti o pieni)
ma soprattutto cazzi di canguro secchi.
Tu non puoi sapere certe cose, però in genere si sa che i bambini si concepiscono
in due. E' una cosa un po' complessa da spiegare e inoltre mi sembra inutile
per quanto riguarda me e te dal momento che il nostro è un caso particolare
forse non proprio unico ma comunque raro, io che ti genererò da solo, cioè
senza una donna accanto, una donna di cui non dispongo perché le donne sono
degli esseri misteriosi e inafferrabili e quindi io sono e sarò tuo padre
e tua madre, oppure tuo padre senza una madre, come preferisci, questione
di punti di vista.
Il cinese Giuseppe è uno che se ne intende di tutto, una specie di esperto
nelle cose della vita oltre che dei cazzi, ovviamente, i cazzi sono la sua
specialità. Un giorno gli ho confessato il fatto del figlio, cioè che ne volevo
uno, te, il figlio che sarai, non sapendo come e forse neanche perché, e lui,
che conosceva bene i miei problemi con le donne impossibili da, lui Giuseppe
il cinese mi ha detto ci penso io non ti preoccupare, avrai il bambino nella
tua pancia, sarai cinto incinto, nove mesi da aspettare e centoventitremilioni
di lire che dai a me. Solo una questione di cazzi, mi ha detto lui, i cazzi
di canguro tritati con latte e biscottini plasmon, più un'erba che ti darò
da mischiarci assieme e diventi papà, per conto tuo, da solo.
All'inizio non ci credevo, in televisione hanno sempre raccontato la storia
dei girini bianchi e dell'uovo che si incontrano nella pancia di tutte le
madri del mondo e poi via, solo così, nessun altro modo, ecco, all'inizio
no, davvero.
Ma a cambiare idee si fa in fretta, basta capirle, le cose, basta ragionarci
bene su senza pregiudizi e muri sbagliati. Giuseppe è un tipo sicuro di sé,
nasconde nello stomaco milioni di conoscenze e certezze orientali; uno così,
serio e basta e sa tutto quello che c'è da sapere o quasi. Dicono che abbia
guarito malattie impossibili da. E anche che scriva lettere bellissime.
Nel negozio del cinese io compro tisane e spezie che uso sempre da sempre
e bon. Voglio dire, mai acquistato cazzi prima d'ora. Né veri né finti. Solo
erbette da mettere in acqua calda. I cazzi per la fertilità sono un di più
che mi ha proposto lui, il cinese, lui con la sua voce calma e colorata che
rassicura (io ti voglio con una voce così, prendi appunti).
Centoventitremilioni di lire è una cifra abbondante, ma sono anni decenni
che metto da parte e compro poco, io quei soldi li ho e voglio spenderli e
li spenderò per te, per il sogno che sei da realizzare.
Non è una presa in giro, io lo so, il cinese non scherza sulle cose serie,
è professionale e altruista per natura, lo sanno tutti; il prezzo è alto ma
solo perché si rischia molto, con un affare così, sarebbe illegale, mi ha
detto, le fecondazioni maschili sono proibite dalla legge e dalla Chiesa perché
è immorale e antietico e se ti scoprono vai in galera.
Ti ho già detto del mio buon rapporto con dio, del nostro accordo sulla non
belligeranza. Sono convinto del fatto che lui stesso approvi la decisione
che ho preso. La decisione che riguarda te.
Ho quasi svuotato il conto della Banca. Centoventitré milioni per Giuseppe
più qualcos'altro per il latte a lunga conservazione che mi sono procurato,
quindici casse tapporosso, quelle non erano comprese nel prezzo.
Ho chiesto le ferie anticipate in ufficio, sarebbero due mesi perché sono
anni che faccio straordinari e non vado mai in vacanza e quindi ho accumulato
molti giorni pagati per far niente, come è previsto dalla legge, e quando
scadrà il secondo mese stabilito, allora mi darò per malato e alla visita
del medico fiscale dirò qualche balla da preparare bene. Fra nove mesi ci
sarai tu e nascerai in casa, qui, su questo letto, dal mio sangue e finalmente
potrò uscire allo scoperto e dichiarare a tutti la verità, che sono un padre
illegale e felice felicissimo di.
Quando ho consegnato i contanti a Giuseppe lui se la rideva sostenendo che
era contento per la mia decisione, che aspettava buone notizie e che sarebbe
tornato giusto in tempo per vederti nascere, ora doveva partire, andare in
Cina per qualche tempo a far scorta di cazzi e altre cose così e sarebbe rimasto
dalle sue parti per qualche tempo più del solito ora che aveva i soldi, i
miei soldi. Se la rideva per la contentezza e anche perché andava a trovare
i suoi parenti laggiù che non li vedeva da chissà quanto, i viaggi per andare
in Cina costano molto e non basta vendere cazzi, insomma, per viaggiare e
io ero contento per me ma anche per lui, era la prima volta che lo vedevo
sorridere così convinto.
Mi ha consegnato un foglietto con scritte le istruzioni su cosa devo fare
e cosa no, tutto a penna, in stampatello, fronte e retro. E ovviamente sei
sacchetti di cazzi di canguro secchi sbriciolati, più quarantasei confezioni
di biscottini plasmon (questi erano compresi nel prezzo, ma non credo che
basteranno per tutti e nove i mesi), più tre vasetti con dentro l'erbetta
che diceva lui e che ha un odore come di origano.
Secondo le istruzioni di Giuseppe devo stare chiuso in casa il più possibile,
le serrande abbassate, con la penombra tutta attorno. Devo evitare ogni tipo
di sforzo, posso solo andare a fare un po' di spesa ogni tanto e magari comprarmi
il giornale e qualche rivista da leggere altrimenti mi annoio un po', ma per
il resto niente, niente discoteca (ma tanto io non ci andavo mai in ogni caso),
niente sesso (e ti ho già parlato del mio rapporto difficile con le donne),
niente birra (ma fa lo stesso). Il fumo sì, quello per fortuna si può, ma
non più di un pacchetto al giorno. I cazzi secchi frantumati devo prenderli
ogni otto ore, mischiati al latte e alle erbette. Il gusto non è un granché,
ma mi ci abituerò. Nel frattempo guardo un po' di tivù e parlo con te. Sono
passate appena due settimane, e mi sembra già di sentirti scalciare. E' solo
un'impressione, lo so, non può essere altrimenti, bisogna restare razionali.
A volte, però, voglio averti dentro con me adesso, ora, subito. Sono un tipo
impaziente. Mi figuro i tuoi occhi che saranno bellissimi e luminosi e liquidi.
Sogno i tuoi primi vagiti e la cacca che verserai sul tavolo in cucina che
funzionerà da fasciatoio. Immagino lunghe passeggiate ai giardini pubblici
di mattina alle nove con te che te la ridi nella carrozzina. I discorsi che
faremo. Assieme. Mi immagino il tuo nome. Un giorno lo sceglierò.
Credimi, ci sto già pensando.
Aprì la porta della cantina. La luce si fermò fuori ma lui, bambino, nel buio doveva
entrare.
Scese tre assi di legno tra mannaie che gli sfioravano gli occhi e diavoli di
pietra che gli sbavavano contro. Allungò il braccio all'interruttore, lo masturbò
inutilmente.
Si girò, fece per tornare alla porta ma il gradino scendeva. Sentì prurito.
Un cavallettone stava nettandosi i tentacoli sui suoi capelli. Portò una mano
alla testa e strinse qualcosa di molle e viscido, lo scagliò via. Non un rumore.
Non più muri. Qualsiasi direzione scegliesse c'erano gradini che scendevano.
Corse giù. Un carosello di collose lumache catarranti sangue lo stringeva. Si
sentì mordere alla base del collo e s'arrestò. Agitò le braccia attorno a sé:
nulla.
Si sedette ma il gradino alle sue spalle scendeva. Cadde, rotolò con velocità
crescente, a balzi sempre più ampi fino a precipitare nelle gallerie dell'intestino
di un topo, tra donne di lava nera che tentavano di invulvarlo ed inghiottirlo
e succhi di sperma gastrici che tentavano di entrargli ed empirlo a scoppiare.
Finché affondò in una sabbia di vermi partorenti larve. Queste divorarono i
genitori, divenirono insetti e quando gli ultimi contesi brandelli finirono
si sentì ispezionato da una densa gelatina di antenne. L'istante dopo vestiva
una pelle di brulicante voracità che smembrava ogni millimetro dei suoi tessuti.
Gli tagliuzzarono le ciglia, gli occhi e si arrampicarono per i nervi sino al
cervello. Gli strapparono i denti così che ragni pelosi potessero incunicolarsi
nelle gengive.
Rosicchiarono la gola e tranci di epitelio, trabordanti grappoli di formiche
soldato, scivolarono nello stomaco e nei polmoni. Gli insetti mutarono in trapani
e frullatori che forarono e trivellarono ossa ed interiora, in omini di ferro
che gli succhiarono il sangue sino all'ultima goccia. Cocci di vetro gli mozzaron
via dita e genitali. Unghie rinforzarono esoscheletri e capelli s'intrecciarono
in cuffiette per i piccoli di millepiedi.
Dopo che lo consumarono tutto si riprese disteso su un piano perfettamente liscio.
Aspettò così in quel buio quarant'anni; poi sollevò gli occhi su un vapore luminoso
che disse:
- Figlio, ti rivedo finalmente!
- Padre - rispose - ma dove cazzo mi hai mandato?
Parto
Francesco Ruggiero
Se parto rischio di non vederti crescere, incolume da quella merda di brit-pop,
dalla new age italiana, dal punk fighetto sul moto surf. Ti accerchieranno negli
anfratti più pesi della dream machine e inoculeranno nella cute sogni di ricambio.
Non me lo posso permettere.
Se parto rischio che ti dai alla strada prendi freddo e fumi il crack. A
cercare grana tra manipolaubriachi sull'ultima corsa del metrò. A ripararti
da torrenti di slenza e cittadini dell'ordine nei cessi pubblici dei peggiori
bar.
Non me lo posso permettere.
Se parto rischio di farti soffrire coi cartoni animati favole e ninna nanne,
che poi papà ritorna, adesso dormi e sogna, aspettalo sul molo. Ma io non
ho una barca né aiutanti magici né cani.
Non me lo posso permettere.
Se parto rischio di non potermi difendere dalle calunnie e pettegolezzi
dei parenti tuoi. Che hanno sete di conoscenza solo dei fatti miei. Rischio
di non poterti difendere da noi, dalle incursioni sulla spiaggia sotto la
neve, ovunque nasconderai te e le tue videocassette porno.
Non me lo posso permettere.
Se parto rischio che vai bene a scuola. Prendi ottimi voti fai i compiti
a casa alzi sempre la mano. Per rispondere solo tu. Un secchione con la riga
da un lato e gli occhiali spessi tondi di plastica. Io invece, ci vedo benissimo.
Ma i professori un giorno risaliranno a me.
Non me lo posso permettere.
Se non parto rischio che mi contesterai. A tavola sulla seggiovia in chiesa.
Dove verrò a prenderti, a schiaffi. E ai cortei del sindacato, tu fan del
lavoro e dello stato. Mi sforzerò di limitare la tua militanza, anche armato.
Non me lo posso permettere.
Se non parto rischio di vederti studiare, sui sussidiari le antologie, nuovi
scrittori d'umore letargico d'amore basico d'amaro emorragico. Concederei
pomeriggi di riposo quotidiano, per farti giocare col pongo per vederti ridere
coi pennarelli in mano.
Non me lo posso permettere.
Se non parto rischio che mi sconfiggerai ai videogames a pallavolo. Sport
che non avrei mai praticato, se fossi stato solo se fosse stato solo per me.
Perché troppo frocio ora te lo posso dire tutti quei baker di merda. Dove
il fango dove i guardalinee?
Non me lo posso permettere.
Se non parto rischio che vai alla guerra, coi ragazzi in curva ogni settimana.
I coretti immagino li preparerai a casa, di notte non ci dormirai sopra. In
trincea dietro striscioni a baionettare fumogeni e slogan. Magari a Verona
coi fasci. Giulietta è un zoccola.
Non me lo posso permettere.
Se non parto rischio di perdere il treno. Tutti i treni che attraversano
le stagioni dei miei dischi, tutti i treni che sorpassano le ragioni dei miei
rischi. Treni pieni di chilometri di voci, di polvere e di menta. Tu non puoi
ricordarlo, ma il Galaxy Express ha riempito di ferrovia l'universo.
Non me lo posso permettere.
Se parto o meno parto te.
Scusami. Scusami ma davvero non credevo che quella nostra sudata fatica sessuale
potesse produrre tanto, che i godimenti di tua madre i suoi sospiri fossero
solo una percezione presente, (sai io pensavo che potessimo farlo all'infinito,
su e giù fino a consumare le nostre carni), e che dietro quel suo avvinghiarsi
a me, dietro i suoi rantoli di piacere non ci fosse nient'altro che la voglia
di fare germogliare il mio seme. Uno stelo che cominciò a spuntare fuori dalla
sua vagina e io lo guardai con terribile gelosia. Per la prima volta era qualcosa
che la riempiva da dentro e non da fuori. Eri tu figlio mio. Del cui crescere
tua madre godeva come in un lentissimo e interminabile amplesso, fremiti che
si susseguivano nel suo basso ventre e gambe che si contraevano in colpi, stantuffi
ovattati e impazienza. Liquido caldo. Dio!
Se ancora penso a quei giorni mi vengono pensieri maliziosi verso di te. Tu
che avevi preso il mio spazio e crescevi con indifferente lentezza, privandomi
di ogni piacere di ogni certezza di possesso, irridendomi dall'alto della tua
spiga che spuntava di due dita dalle grandi labbra ed era ancora tenera e fresca.
Caro figlio non saprei neppure dirti quale sia stata la volta esatta, in cui
io la fecondai di te, e da cui discese tutto, la mia gelosia, intendo e il tuo
germoglio. Era un periodo che la prendevo sempre allo stesso modo, le spalancavo
le carni con movimento esperto, e si spalancavano le carni al mio passaggio
e poi premevano contro la mia punta e domandavano seme, domandavano sperma,
ma io lo contraevo, lo contraevo fino allo spasmo e andavo avanti. Lo so che
vorresti sapere meglio come ciò avvenne, e in che modo, cosa disse tua madre
quella volta, dopo averlo fatto e se ci si poteva leggere un indizio di ciò
che poi sarebbe successo. Lo so. E' un tuo diritto. Ma purtroppo ricordo ben
poco. Vedo gambe che si accavallano, le sue cosce bianche e formose che si muovono
come una ventosa pneumatica sul mio pelo, il mio membro che viene tirato, impiccato
tra le sue gambe, ma niente ha una data, un luogo in cui sia successo, ogni
cosa è montata da qualche altra, come in un'orgia senza ritegno, in cui si accoppiano
pezzi di corpo sparsi ed organi sessuali.
Purtroppo andò così. Man mano che ti facevi robusto, legnoso, e chiazzato di
gemme, tua madre si sciupava, diveniva più smunta, pallida più di quanto lo
fosse naturalmente, solo il centro delle guance insalubremente colorato di rosso.
E pensare che non mi preoccupavo. Del resto il seno era ancora grosso, unica
parte a cui lei mi lasciava attaccare, nonostante venissi preso da un desiderio
violento di assaporare pure l'odore dolce e acre che ora veniva dalle labbra
tra cui crescevi, che sembravano stillare resina, ambra resinosa e liquida,
che desideravo leccare e penetrare. Ma non ci fu mai niente da fare.
Il seno divenne vacuo come un palloncino di gomma e inconsistente. Faceva pure
ribrezzo toccarlo, dato che la pelle pareva assottigliarsi fino alla trasparenza,
e si potevano intravedere le parti interne, percorse da un candore nuvoloso
come di muffa… Tutto prese ad avvizzirsi, e le ossa delle spalle e del bacino
presero a tirarle insopportabilmente la pelle e la carne che si andava ritirando,
la guardavo distesa, nel letto, esausta, con le ossa che le reggevano il corpo
come le bacchette di una tenda tirata su maldestramente. La vidi smungersi,
smungersi, smungersi, finchè non si ritirò tutta dentro se stessa. Non ne rimase
nulla figlio. Né occhi, né denti, neppure orecchie. Tutto fu come risucchiato
dal sacco del corpo. Tutto era ormai secco, privo di vita, la pelle come conciata
e senza segni di decomposizione, pure a diversi giorni da quella fatale trasformazione.
Rimasi attonito.
Erano quattro giorni che non parlava. Del resto non c'era più bocca né lingua.
Ma stetti lungamente a guardare quella scena, la mascella a penzoloni, lei senza
segni di vita: possibile che non mi fossi accorto di niente? Mi sembrava che
avessimo appena finito di farlo l'ultima volta. Infatti ero nudo, come sempre,
ma il mio pene era ancora secco e insoddisfatto. Ecco quel che vidi.
Un mucchio di capelli per terra, poi la sua pelle bianca, ma rinsecchita e modellata
nell'uniformità di un sacco senza angoli (neppure si vedeva il segno delle ossa).
Alla bocca del sacco c'eri tu che sbucavi, verde ma in maturazione, segni di
gemme arancioni, coricato per terra. Come se cercassi di strisciarne fuori,
ma incollato alle sue interiora ancora tiepide mediante i gangli delle tue radici.
Era necessario dirtelo, nonostante tu non me lo abbia mai chiesto.
Non mi cercare. Non ricaverai nessuna informazione dal bollo postale, dato che
ho impostato questa lettera solamente per sviarti. Mi spiace. Ma davvero credi
che sopporterei di vederti? Anzi mi ha stupito pure che tu sia sopravvissuto.
E magari vorresti pure sapere in che modo l'ho saputo. Beh scordatelo. Queste
sono tutte le informazioni che ti era necessario sapere, spero che ora tu sia
soddisfatto. Magari ti farai un infuso e annuserai un po' di tabacco, come confortato
da queste mie indiscrezioni.
Addio
Tuo padre