Giova mi ha fornito un compendio di come la vede. è un profeta del tempo.
farà brutto ancora, dice. ci saranno ancora calamità, ancora violenza, guerra
e sangue.
hai voglia di girarne un'altra? dice, e intanto si accende una siga. dice di
adorare il fuoco. poi sorride e dice guerra, guerra bellomio. cadono le torri
di Babilonia la Troia, heavy-reggae che mi sa di guerra. hai presente la tipa
darkettona della salastudio? quella che sta con lo sfigato occhialuto che se
la tira da studioso di occultismo? sì, ce l'hai presente... beh 'sta figa a
parte l'avermi concesso, e cito Fellini, l'intimità posteriore nel cesso del
secondo piano, mi ha spiegato la carta dei tarocchi che si chiama la torre.
la torre è guerra, dice. è una carta di Marte. una manifestazione di un'energia
distruttrice, ma distruttrice di forme ormai consumate e in decadenza. insomma
la torre crolla perché è vecchia e ridotta male! tu guarda la torre non per
forza come un paese o come una civiltà in particolare ma come l'ordine mondiale
odierno, è quello che crollerà di brutto, e lì sono i cazzi!
estrae dal pacchetto una siga per la mesta e me la passa, poi riprende il suo
discorso. ma a parte le stronzate alla Nostradamus, se sono stronzate per quello
che ne so, la guerra ci sarà. e sai perché ci sarà? perché c'è un pacco di gente
che vuole sangue. sangue tutti chiedono, con voce robotica. lo chiedono gli
ultrà e le casalinghe e i kamikazefondamentalisti e gli sbirri a genova e quelli
che giocano alla guerra simulata e gli ebrei che ammazzano i palestinesi e tutti
ma tutti i bambini in tv. non so, ma io quando penso a spargimento di sangue
penso ai sacrifici. ai sacrifici umani, che è un'usanza mai uscita di moda,
e forse adesso ci deve essere un sacrificio grosso... un bagno di sangue.
si ferma e si fa pensieroso. tutti chiedono sangue, riprende, un olocausto.
la gente è sempre più incazzata e presa male, è il delirio totale con clacson
ululanti e figli che steccano madri e madri che steccano figli. a parte le ragioni
economiche la violenza, indotta o meno, sembra proprio una necessità. la gente
parla di guerra e violenza perché vuole guerra e violenza. la chiama. la tv
ed i giornali... sai una cosa? è proprio la cronaca a fotterci. è come se ci
nascondesse la storia. con troppa cronaca si forma una lettura della realtà
sul breve periodo e non sul lungo... cioè guardati in libro di storia, relativizza
il tuo tempo per non parlare del posto in cui stiamo. la pace e l'ordine nel
quale siamo nati non ha neanche sessant'anni, perché dovrebbe durare? sadomasoAdolf
parlava di impero millenario, noi di anni quanti ne vogliamo? Adolf se ne è
beccati una decina di anni, noi quanti ancora ne meritiamo? non fare quella
faccia perché parlo sempre di Hitler, è più forte di me. mi fa sesso e faceva
sesso anche a Dalì. è l'unico uomo che scoperei. poi sorride e dice, scherzo,
lo sai che solo con te mi infrocerei. spegne mandandomi un bacio la siga.
forse sono un po' paranoico, riprende, ma sento un'aria pesa in giro. tutta
'sta tensione apocalittica... ieri ho beccato una testimone di Geova neanche
male che era quasi arrapata, ride. noi lo diciamo da tempo che si sta avvicinando
la fine del mondo, e sorrideva la stronza arrapata dall'idea di salvarsi e di
succhiare il cazzo al suo fratello stesi sui miei resti di peccatore post bomba
atomica. e che le ho detto io? se voleva per festeggiare, accoppiarsi lì in
via garibaldi sui gradini della chiesa cattolica. se ne è andata e s'è pure
ripresa la rivista Svegliatevi!, la loro apocalypseculture. gli eletti... 'sti
qua non hanno proprio capito un cazzo... gli eletti, i sopravvissuti saranno
i mutanti, quelli che si adatteranno alla situazione, che capiranno che l'uomo
non è una dimensione definitiva.
e smette di parlare per accendere, e fumando sta in silenzio, che quando fuma
serio non parla mai. poi me la passa, beve un sorso di moretti e ride e poi
dice siamo tutti già mutati, poi. col mac ed il trans, con le paste da piazza
e da farmacia, con l'aria di metropoli e zapping domenicali. ghigna, soddisfatto.
l'uomo è una creatura mutante, ci pensi? e anche se si estinguesse vorrebbe
dire che gli si sostituirà qualcosa di più evoluto. pensa dopo un delirio nucleare...
voglio dire è allucinante il fatto che l'uomo si fissi su questa idea di voler
restare eterno. che scleri che si preparano, esclama, poi sospira.
e mi prendo pure male, perché penso di avere qualche dote profetica del cazzo.
sai i Dhikr? il gruppo apocalypticfolk che avevo messo su due anni fa? che ci
siamo sciolti perché a Sonia la cantante non piacevano i miei testi... poi legge
nei miei occhi la domanda e sorridendo dice beh, sì... un weekend con lei ed
una sua amica shampista anche quello apocalittico, ma a parte questo per i Dhikr
avevo scritto una cosa chiamata An Afghanistan of the mind, e lì c'è tutto!
è impressionante... una cosa geografica che diventa una cosa storica ed il crollo
della nostra civiltà, fine di un mondo o fine del mondo. e quella che è fottuta
proprio è la nostra di civiltà, la nostra europea. siamo vecchi e stanchi e
scopiamo poco, ti fai un giro in strada e vedi solo zombie. il sudest del mondo
è molto più giovane sveglio e fotte molto di più. e queste non sono cose che
dico io, c'è un libro di Spengler, un tedesco, che ho rubato in biblioteca perché
costa il culo di un trans ad inizio serata... 'sto libro ha fatto scimunire
gente come Burroughs e Miller... io non l'ho neanche finito perché lo leggo
a pezzi quanto è lungo. ma il senso del libro è che le civiltà sono come organismi
e come tali hanno una vecchiaia ed una morte. e la morte è liberazione di energia.
il libro si chiama il tramonto dell'occidente, non mi ricordo il titolo in tedesco,
ma pensa farci un cd con la scritta in arabo... forse dovrei riformare il gruppo,
urgono danze, in decadenza. gliela passo e fa gli ultimi tre tiri.
già, poi dice, la colonna sonora dell'apocalisse... che poi c'è già perché anche
quella sono anni che ce la raccontiamo. col punk col dayafter ed il mondo feudale
fantascientifico... perché in fondo lo sappiamo tutti che è la fine, ma facciamo
fatica ad ammetterlo. vuoi tre titoli per danzare la fine del mondo? si concentra
un attimo. il primo dei Throbbing Gristle anche se non l'ho mai sentito e il
titolo non me lo ricordo, Psalm 69 dei Ministry e... Ugra-Karma degli Impaled
Nazarene. che macello UgraKarma! beh, il karma lo sai è qualcosa come il destino,
e ugra significa tremendo. karma tremendo, il nostro forse, del nostro mondo
o anche solo di noi gioventù tossica che 'ste cose le sentiamo. stiamo tutti
e due un po' in silenzio.
forse sono troppo cinico, dice, ma forse questi sono discorsi al di là del buono
e del cattivo. sono tutti me compreso che aspettano qualcosa, tutti con energia
tensione da liberare. come se si fosse tutti mossi da una strana energia, che
dà una strana lucidità, da agire sonnambolico. tu non la senti? sì che la senti!
e per sopravvivere dobbiamo come farci surf su questa energia. vedila come un'onda,
cavalcarla e non farci affogare. lo so che è un paragone del cazzo e non ho
mai fatto surf in vita mia ma rende bene l'idea. non fare resistenza all'onda
ma cavalcarla, e farlo con stile. insomma dire sì, sì a tutto quello che succede,
accettare e godere della decadenza, forse così ce la caviamo.
ma a proposito di godere, che ore sono? guarda l'orologio, le otto! mi guarda
e dice ora si va a cena da Pamela e Ilaria e dopo con loro combiniamo macello.
ma sono due cessi! dico io e Giova si alza dal divano, mi guarda e dice allora
non hai capito un cazzo di quello che ho detto? fai ancora lo schizzinoso? fai
resistenza alla decadenza? resisti al nostro karma? non vuoi essere uno degli
eletti? e se stanotte ci buttano l'atomica e domani ti svegli vai a pisciare
ed il cazzo ti cade nella tazza prima ancora dei capelli? sai come bestemmi
di non averlo usato stasera? dai, va' a farti bello per l'apocalisse!
do un sorso di moretti, mi alzo dal divano e vado a prendere le scarpe.
Come siamo arrivati a questo punto che il suo gatto mi fa le fusa ed io la
sto disegnando la sto scrivendo e più tardi la penserò.
Come siamo arrivati a questo punto che riconosco l'odore dell'aria che le sta
attorno e vivi come un incidente il riverbero della sua presenza.
Ricordo soltanto canali di fumo al di qua e al di là del ponte.
Ricordo soltanto il lasciarmi andare ad un prezzo ragionevole.
Ricordo soltanto il colore della sera e milioni di parole.
Mi immagino ciò che mi resta.
Orizzontale sul telo dietro un universo trecento pagine di Céline sotto la testa e la voce di Milla Jovovich nella testa che mi sussurra a squarciagola Satellite of love di Lou Reed, ed è tutto nero occhi chiusi tutto azzurro non chiusi. Attraversato dal vento che si porta via gli odori e l'abbronzatura predeterminata dentro le creme dentro le tabaccherie. Mi lascio addosso la voglia che ho di lei e che non evapora come sudore, come fatica che fatico a sostenere.
2 mesi fa attraversavo i corridoi a vetro, grigi del tempo che c'era fuori. E lo si leggeva negli sguardi metereopatici davanti alle aule del Dams e nei maglioni rigidi e distaccati. Avevo appena evitato di superare un esame e le nuvole coprivano a tratti l'estate. Ma due occhi a colori dentro uno sguardo da pioggia mi avrebbero fermato, ma non lo sapevo. Avrei dovuto consegnare una tesina sulla poesia concreta di Balestrini, ma le cose non vanno mai come dovrebbero andare ed io non vado mai dove dovrei andare. Mi sono appoggiato al marmo della panchina come se fosse la cosa più naturale del mondo lasciare che qualcuno ti attraversi in quel modo.
"Eloïse" mi ha detto in mezzo a tutti i suoni meno importanti. In mezzo alla luce. In mezzo agli odori da macchinette e ai piano midi da lunapark. In mezzo al traffico in costruzione, ai pellegrini di periferia, con gesùcristi verdi di plastica e occhi vinti da volti modello dipinti sui tram. In mezzo a due carte telefoniche ed un palazzo imperiale come monadi di Leibniz in un ristorante indiano. In mezzo a chi non gliene frega niente. In mezzo tra lei e me. Come viaggiare senza guardare.
Come viaggiare in galleria, di galleria in galleria, attraversare le buie cose da visitare, ascoltare il walkman, non ascoltare mai. Scappare dalla parte opposta a lei per raggiungerla alle spalle come una canzone da film. Come un film di Wim Wenders che già ha un titolo e una colonna sonora. Summer kisses winter tears dentro tunnels di sorrisi bui.
Perché ci siamo rivisti dopo molte notti e giorni molti, come dopo anni. E
io ero solo peggiorato e stavo solo peggio.
La spiavo e spiavo i suoi riflessi sul mare calmo del mio cocktail; eravamo
lontani trenta centimetri e lei mi parlava. Soltanto che lei era dio ed io indeciso
se pentirmi e scusarmi per ogni bestemmia, per ogni persona convinta a non credere
affatto o baciarla subito.
"Non provare a dirmi che ci sei già stata. Tu credi, di esserci già stata.
In realtà a Torino esistono decine, centinaia di posti come questo."
"Sì, ma a me sembra di essere stata proprio qui."
"È im... possibile!"
"Perché mai?"
"Perché questo posto l'hanno riaperto soltanto qualche giorno fa. È stato sempre
utilizzato dagli adepti del gruppo esoterico del tempio oriente per i loro sacrifici
umani. Ancora oggi non è quasi più possibile entrare a meno che..."
"A meno che... cosa?"
"A meno che tu ne faccia parte."
"Ah, ho capito. Adesso farai BUH?
"Non ti ho spaventata?"
"Oh, sì, moltissimo. Adesso farai BUH?"
"BUH!"
Gioco a yoga nel mio letto sul mio cuscino. Dove ho letto che nei sogni si affoga nelle proprie paure, ma le paure loro, imparano a nuotare. Sbircio verticale il ghigno accattivante di monsieur De Large e la polvere illuminata che danza sulla mia concentrazione come dervisci turneurs. E il tempo scivola via circolare, come le tracce consumate di un vinile.
Eloïse non è più da nessuna parte di me e del mio silenzio. Con il mio ombrello lei è partita senza di me. Qui intanto piove industrial rain for industrial people e tutto sa di panino al tonno con la nutella. Piovono verticali punizioni simili a paure come gocce d'acqua. Piovono manichini alticci e fumati. Piovono e cantano everything is a Bloody Mary for me, when I find myself in time of trouble, a Bloody Mary comes to me.
Alle 2 di questa notte tra sospiri di clorofilla e qualcosa che di diverso ha lei e che, non sono i capelli bagnati, ma qualcosa che non so cos'è. Tra tutte le parole che mi ha detto messe tutte assieme unadietrolaltra, e quelle che avrei voluto sentire, che non si legano, e aspettano una mia decisione. Tra tutte le sue espressioni rubate tra i miei occhi e le mie lenti a contatto. Alle 2 di questa notte Eloïse è l'asintoto del mio manuale di geometria a pagina quarantadue, è qualcosa di diverso, qualcosa che non so cos'è.
La pioggia depositata a terra riflette la notte scura ed è scivolare sulla notte scura, scivolare dolci su di un bugia, scivolare acidi al neon. Scivolare vuoti. Attraversati da luccicanti riproduzioni ottiche come respiri diaframmatici dentro un flauto traverso. Risuonano dentro scale limpide e liquide, scale di geniali dilettanti d'arpa, note stronze e romantiche come Luci poesie, note a folate di pioggia tirata via dal vento. E mi lascio piovere, mi lascio piovere che domani. Mi compero una spada blu di plastica.
Un martello pneumatico senza audio, sembra. Solo vibrazioni, spinte interne, colpi, tump, tump, regolari o non, tump, camminando piano poi forte poi piano, come in un ballo, un balletto tip-tap, senza fermarsi, scandendo i passi uno-due uno-due uno-due, sempre, senza spostarsi da dov'è, restando, gonfiandosi, pulsando sangue come spugna d'alghe viola e neanche più t'accorgi di lui - o lei: lui o lei, lui o lei, io ho due seni piccoli piccoli e la fessura in mezzo alle gambe e ho capelli lunghi e lisci e gli occhi chiari e dolci, ma lui è maschio chissà perché, cuore maschio, spugna d'alghe viola maschia che senza non vivi e non respiri. Sempre, c'è, da sempre, un pezzo di te come le piccole tette e il resto, e così non ci fai più caso e anche tu vai avanti, scandendo, ballando, tump, tump, tump, ma lui è come se non ci fosse, sai che c'è e non lo senti, come facendo finta che no, l'abitudine, l'abitudine, come tutte le cose, abituarsi uguale dimenticare, lasciar perdere, scontato ovvio, niente di nuovo
poi capita che ti fai, in vena, dentro nel tuo giù nel tuo sotto, liquido denso che scotta, polvere bianca e grigia come gesso che hai pagato a forza di marchette e inculi e leccaggi e fazzoletti sporchi di bianco e giallo, qualcosa che t'ha dato l'Albano o Michelle a seconda di chi è di turno, pusher, spaccio, fornitori di più o meno fiducia, fiducia una merda, che non c'è niente da fidarsi, che bisogna fare attenzione a non farsi fregare, che c'è chi tira su col prezzo perché due giorni fa la retata, la Stefy è dentro e c'è aria grama, poca roba sulla piazza, devi capire, Elisa Lisetta Lisy, il rischio, fattore rischio, ecco, costa di più, oggi, e no, non bastano, devi aggiungere qualcosa, l'aggiunta, l'aggiunta - una volta eravamo noi a chiedere l'aggiunta, ma non di soldi, di roba, e c'era chi te la dava, un regalo, Lisy, per te, ricordati che io sono generoso, devi ricordarti di chi è generoso, Lisy, tieni, goditela, prima scelta, è questo che conta, solo questo - una volta la davano, l'aggiunta, ora anche l'Albano il generoso chiede di più, e tu gliela dai, che se la ficchi in culo l'aggiunta, perché ne hai bisogno, ormai più importante del pane. E allora giù, dentro, in vena, ecco, così, guarda, sulla destra, sulla sinistra, poi non trovi più posto perché anche le cosce ne son piene, di buchi, e cerchi spazietti tra un puntino viola e l'altro, proprio nel mezzo, perché a riprovare sempre nello stesso vengono i lividi e la pelle si fa molle, marcia come una melanzana di vent'anni, la carne putrefatta dei morti, dei morti, e allora sezioni dividi la pelle le parti più vicine alle vene, tubi azzurri tubi blu, e alla fine lo trovi che quasi non ci speravi, questa è l'ultima, l'ultima poi basta e va a finire che ci credi davvero che sarà l'ultima, davvero, anche se per poco, il tempo che l'ago entri e spinga dentro il suo seme
cuore batte si dibatte, in silenzio urla, ed è come se non ci fosse, senza, ma solo quando guardi tutto il resto e non ci fai caso e sei distratta dal tempo dalle cose che passano veloci come auto sulla radiale, solo quando il mondo finge di non lasciarti sola e prova a distrarti in un modo o nell'altro, un modo come un altro; solo; poi il seme entra dall'ago, fluido aspro, perché se lo assaggi è dolce come zucchero filato, ma nel braccio brucia mischiandosi al sangue e allora lo senti aspro aspro che ti uccide per un momento un momento soltanto e il cuore il cuore che batte contorto, regolare o non, lui in quel momento lo senti, finalmente, ti accorgi adesso che l'avevi dimenticato per via dell'abitudine e ora c'è solo più lui lui e nient'altro, e lo ascolti mentre si ferma, lentamente, mentre se ne sta andando via, via forse per sempre, tump tump, più in basso, più giù giù giù, e lo sai che forse non è vero, che è solo un'impressione un sogno una paura, ma lui va lento, lentissimo, e sparisce, svanito come fantasma, ti trovi da sola, ora lo sei per davvero, e non c'è nient'altro, niente, solo tu e l'ago per terra sporco di sangue
poi ricomincia, torna, riemerge, è di nuovo qui, vicino, accanto, dentro, tump tump, ritmo, tump tump, regolarmente, a tratti più a tratti meno, tump tump, pompa, spugna d'alghe, tu, lui, il resto silenzio grigio piombo, tu e lui, batte e si dibatte, tump, e scopri che sei viva ancora una volta, ancora, viva per chissà quanto dove perché
ti svegli che fa freddo, in un cesso del metrò, senti l'umido e il gelo delle mattonelle azzurre arrivarti alla pelle alle ossa fin su ai polmoni e senti i brividi di febbre correrti attraverso le braccia e la testa che ronza e gli occhi pesanti e sai che dovrai anche alzarti, prima o poi, e andare a casa, tornare, camminare, viaggiare, ché ti aspettano, eh, Sandrina t'aspetta, in pensiero, piena di spavento, Sandrina che non può alzarsi da letto, ormai, avrà vomitato tutto il giorno come al solito e sarà sempre più pallida in faccia e sudata e tremante come un cucciolo, ad aspettare, aspettare che Lisy torni da un momento all'altro a portare le medicine che servono, quelle che le hanno detto di prendere all'ospedale, quelle che Lisy Lisa Elisa ha comprato ma ancora non si vedono perché Lisy è in qualche cesso chissà dove a ficcarsi aghi e se non torna a portare quello che serve sono rogne e si rischia la morte la morte, la morte che bussa alla porta perché malattie come questa non si curano, non si può, soltanto aspettare aspettare e basta e cacciare via i dolori
Lisy è brava e buona e dolce e la sua voce è di quelle che non possono dire cose cattive, non può far male a nessuno, lei, ed è una specie di madre, madre mamma sorella che dice sempre di sì, anche ai più bastardi che non lo meritano e non meritano niente, anche a loro, sì, sì, ancora sì, d'accordo, va bene, non ti lascia in mezzo alla strada come farebbero gli altri, non ti grida dietro, non può, non sa, anche le medicine che costano compra, coi suoi soldi, coi soldi delle marchette, coi soldi di inculi e leccaggi e fazzoletti sporchi compra, e ti aiuta, ecco, per quanto sia possibile, e ne tiene appena un po' per sé, per comprarsi il poco che le serve e sono tre mesi che non paga l'affitto, ma l'affitto è l'ultima cosa, gli affitti si pagano sempre per ultimi
la sua voce, la mia voce, eh. Lo dicono tutti, tutti, che è la voce più dolce
del mondo e tu va a finire che ci credi, perché è dolce credere che una nana
abbia anche qualcosa di bello per vantarsi come un pavone, ci crede nessuno,
se lo dici. Ti ridono in faccia. Una nana è pur sempre una nana brutta storpia
pagliaccia e fa paura ai bambini e fa pena ai grandi e eccita vecchi porci che
la pagano per far cose in macchina ai bordi della radiale di notte.
La strada è una pozza liscia, l'acqua della pioggia s'è stesa, sdraiata, allungata
sull'asfalto come una bambina sottile e gigante e tu scivoli trascinando il
corpo, una lucertola, una foglia secca, scivoli e vai avanti e non sai più se
corri o vai lenta barcollando, ma la direzione, quella è giusta, come al solito,
che dal cesso del metrò ci si arriva sempre in un quarto d'orologio, a casa,
nel buco pieno di umido e stracci e Sandrina sul letto sudata e bisognerà pulire
il vomito da per terra e dal materasso e metter via le lenzuola, ma non sai
se ce la farai e sarebbe molto meglio lasciar perdere tutto e aspettare che
faccia mattino e inizi il giorno, un altro, ancora, e allora sarà tutto più
facile, adesso no, le forze non ci sono e il braccio brucia e tutto brucia anche
il petto anche le cosce e la strada sembra sempre mille volte più lunga a una
con le gambe corte la metà del normale, tutto è più alto e lungo, gli scalini
e i marciapiedi e le predelle dei tramvai e ogni cosa è più difficile quando
sei una bastarda nana
poi ci arrivi, a casa, ci arrivi e non sai se essere felice perché non desideravi altro seduta sul pavimento ghiacciato del cesso metrò, felice e contenta come una a cui hanno cancellato ogni merda disgrazia dalla vita tutto d'un colpo, oppure triste e piena di piangere fino alle scarpe come sempre, piena di urli e grida e stanchezza nera perché non è una casa, questa, ma un buco di fogna pieno di sporco e cose da pagare con Sandrina sul letto sudata e tremante e senza medicine antidolore dei dottori prontosoccorso. Sandrina Sandrina, chiami cerchi dici, Sandrina, sono io, Lisy, sono qui, e la tua voce ti sembra lontana e debole come quella di una vecchia e Sandrina potrebbe anche non averti sentito, forse è per questo che non risponde come al solito Lisy vieni qui, in camera, sto male, non dice nulla ma hai parlato piano e se parli piano non ti ascoltano, bisogna parlar forte nella vita non come me, forte fortissimo
e allora, anche se ci vedi appena ché la vista è appannata come se guardassi da un vetro con fuori pioggia e nebbia, anche se te ne vai avanti quasi a tastoni, come una cieca come una bambina che non sa dove andare come una storpia nana piena di roba nel sangue, vai avanti, procedere camminare avanzare, che poi tutto si riesce a dire di questo posto tranne che ci si possa perdere, piccolo stretto e basso com'è, e sei subito dentro in camera da letto e c'è puzza di sudore e piscio e umido e le lenzuola a terra abbandonate stropicciate il letto sfatto, solo più il materasso nudo crudo con la lana che esce fuori dai buchi dagli strappi dappertutto e sopra il letto Sandrina, lì, ferma immobile sfatta come il letto anche lei, silenziosa come tutto il resto, come tutto, muri e lenzuola e pavimento e la porta e i vestiti lasciati sulla sedia da chissà più quanto tempo ormai e le scarpe di pelle finta e Lisy Lisa Elisa, me, io, e la notte tardi fuori dalla finestra, tutto fermo muto sott'acqua. E la mia voce che chiama Sandrina Sandrina le medicine del prontosoccorso, le ho prese, basteranno ancora per un po', un bel po', hai visto come mi prendo cura di te, hai visto?, ma Sandrina non risponde non dice niente e sembra una madonna di gesso di qualche artista antico che, non so, non so, niente so, niente tranne una cosa, una soltanto, che Sandrina non risponde più, neanche se la scuoto forte, neanche se le tiro schiaffi sulla faccia fredda, neanche se mi ci sdraio quasi sopra e la abbraccio e le do un bacio sulla bocca come non ho fatto mai e piango finalmente piango ché anche questa è una cosa che non faccio mai mai mai perché ci vuole del fegato a piangere quando si ha una faccia brutta come la mia, perché quando si piange si diventa brutti e vecchi e stupidi tutto d'un colpo e io non voglio piangere, non voglio, anche quando verrebbe fuori tutto da solo e senti che ci sei ci sei quasi, tra un po' scoppi urli singhiozzi, quando un vecchio ti prende e ti tocca e ti infilza sul sedile della macchina, quando l'Albanoride se dici di darti la roba lo stesso che pagherai domani o domani dopo perché oggi non è andata bene e i soldi non si cagano, no, o quando ti svegli di botto in ambulanza e ti portano al prontosoccorso e dalle flebo e dalla psicologa e le solite domande nome cognome, si sente bene, lo sa che dovrebbe smettere con quella roba, possiamo aiutarla, ci sono comunità apposta, ha bisogno di cure, lei, di soldi ho bisogno e che non mi guardiate con quegli occhi pieni di pena e orrore, anche di questo
da piangere, urlare, grida e urla, ma lasci sempre perdere, tu, trattieni, soffochi, dentro, nello stomaco, sotto un cuscino, perché ci vuole coraggio a piangere, coraggio, e ora ce l'hai, piena, gonfia, fradicia di coraggio da vomitare fuori, ché Sandrina è morta, morta per sempre, sul mio letto materasso lenzuola a terra, qui, vicino, attaccata, sotto di me, la mia pelle sulla sua fredda immobile di gesso, ché anche la sua vita era stata di scopi e inculi e siringhe nei cessi come la mia, che è così che ci si ammala, prima o poi, e il corpo si asciuga e si secca e lei che era così bella e bionda e alta, non come me, no, lei, Sandrina, è diventata un verme, uno scheletro, una statua di gesso per sempre. E piango e continuo e grido perché anch'io finisco così, questione di tempo, lei ha incominciato prima, più vecchia anche se non sembra, ecco, solo per questo, e piango e grido e il cuore si ferma ancora una volta come quando ti fai e resti di nuovo sola per un attimo che non finisce più e gridi e urli tanto non ti sente nessuno, perché che tu ci creda o no la differenza non c'è, non c'è, e se urli o stai zitta alla fine è la stessa cosa, se sei tu a farlo, se sei una storpia che vende il culo ai vecchi, se non riesci più a contare i segni da siringa su tutto il corpo, se Sandrina è morta se Sandrina è morta se Sandrina è morta e gridi e piangi per nessuno, nessuno, né per te né per Sandrina né per dio ché dio non ascolta una puttana che urla e piange e grida perché dio non c'è non c'è non c'è, perché dio è un vecchio che ti tocca in mezzo alle cosce in macchina tutti i giorni, è l'Albano che tira fuori dalle tasche sacchettini sigillati pieni di polvere bianca, è una siringa, un bruciore, un cesso metrò, dio è Sandrina morta, il letto sfatto, vomito e piscio a macchie per terra, dio è un sordo un pusher un taglio e un vetro appannato con fuori la notte e la gente che dorme sola.
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