RICERCARE

Reggio Emilia - 25/27 ottobre 2002

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  • HANNO DETTO DEI TESTI DI ".NOIBIMBIATOMICI":

    Renato Barilli
    (Docente all'Università di Bologna, organizzatore di Ricercare, ex-ragazzo del gruppo '63)
    :
    Questo testo è una cosa completamente diversa da quello che abbiamo sentito stamattina e ieri... E devo dire che devo ringraziare Caliceti che ha insistito per la vostra selezione. Io forse io mi ero tarato sull'altra banda, cioè sulla banda di una narrazione poco formalista che anzi trascura la forma per i contenuti, cioè cerca di essere trasparente o prosastica fino in fondo, sia che aleggi in distanza qualche struttura narrativa oppure si diriga verso un effetto di letteratura-verità. Invece voi lanciate, rilanciate la sfida dell'iperletteratura, alla Finnegan's Wake, l'atto finale del maggiore sperimentatore della letteratura del '900, l'operazione che cancella davvero i confini tra prosa e poesia... avete fatto un testo come quelli che ci dà continuamente l'amico Tommaso Ottonieri, con quel passo mi sembrerebbe più adatto alla poesia che alla prosa, perché ha tutta una serie di accostamenti, di associazioni a freddo, di collagismo. La vostra è un'opera di collagismo che implica anche l'inserimento di materiale inventato, di neologismi, cioè un'operazione interessantissima: è un vero laboratorio di nuova scrittura, quella dimensione laboratoriale che noi certamente rischiamo di perdere con la non-narrazione, la letteratura verità, e che invece in voi risorge in pieno e quindi apre delle prospettive incalcolabili, anche perché, ripeto, cancella quella divisione qualche volta fastidiosa che c'è tra il lavoro dei poeti e dei prosatori... perché rilanciate i procedimenti della poesia, ma senza alcun lirismo, questo per carità, con operazioni che sono fredde e che abbrancano tutto il materiale dell'attualità, e anche questo fra l'atro è un merito; e poi si aggiunge il fatto interessante della polifonia, siete, avete detto, più di uno o meno di uno, anche questo interessante, non il testo monotematico e che ha un unico performatore, ma un testo, anzi un politesto che viaggia su varie dimensioni, e il fatto che vi siate dati il cambio nelle voci, ha inserito anche una diversità di registro vocale e di velocità, un altro fatto interessante è che voi delle volte accelerate, delle volte rallentate, e così via... ci attaccate da punti diversi dell'orizzonte sonoro, semantico. Quindi un'operazione che apre prospettive straordinarie, al di là dei vostri meriti, facendo dei discorsi di tendenza di progettualità... Mi ero impigrito nella tavola d'apertura dicendo che in fondo gli scrittori negli anni '90 non hanno tanto lavorato sull'aspetto formalistico della ricerca, ma più i significati che i significanti, storcendo io stesso la bocca di fronte agli elaborati dei poeti che presentano doti dell'assemblaggio e della polifonia. Voi aprite di nuovo questa prospettiva interessante anche per noi e i nostri lavori, della fusione di quelle due grandi vie, quella della prosa e della poesia, ripeto, una poesia che però non paga il suo tributo al lirismo, ritrovando alcuni procedimenti della poesia ma in una prospettiva assolutamente antilirica e questo è un merito ulteriore.



    Francesco Leonetti:
    Siccome qualunque cosa noi singolarmente facciamo, qui nella sala, abbiamo il compito ovviamente di lettura critica immediata, allora io cerco di dare un senso di carattere storico-letterario a quello che voi fate, come peraltro anche Barilli, riferendosi a Joyce... Secondo me quello che è originale, interessante presso di voi, è una forma iniziale, dico solo iniziale, di Espressionismo... non so se avete chiaro che, nel periodo della Voce, che ci sono queste improvvisazioni e caratteristiche dell'Espressionismo, se leggete Rebora in guerra, scrive delle cose avvicinabili a voi, voi siete iniziali, meno costruiti... direi in termini differenti... Per il primo testo, quello che riguarda lo sperma, posso trovare che è un po' accatastato, scusate, non c'è lo sperma femminile e perché no!, e quindi è un atto quasi masturbatorio... Nell'ultimo testo invece c'è una previsione drammaticissima, acuta sulle conseguenze della guerra, e quello è veramente un testo reboriano, ha questa forza, guardateci con attenzione... che cosa vuol dire oggi Espressionismo, vuol dire proprio metterci rottura con ciò che si teme, cioè una prosa levigata, una prosa classicità, nella formula di Contini nei primi anni '50 è una ripresa di Dante contro Petrarca, e un recupero della rottura nel testo... questo mi pare di poter dire, che c'è qualcosa che va al di là, forse una sorte che ricapita, riaprire l'espressionismo? oooh magari... voi ne avete assunto la carica più piena, e complimenti.


    Reinhard Sauer:
    C'è questo problema dell'approccio storico... ma tutta la letteratura e la cultura cammina sulle spalle delle generazioni precedenti... ma l'avanguardia ha sempre anche il compito di non copiare le avanguardie precedenti, di ammazzare i propri padri... questo aspetto edipico di ammazzare quello da cui si ruba per non farsi beccare.. in Italia c'è stato il primo futurismo con tutto rispetto, poi il secondo, la terza ondata, la quarta ondata, fino a diventare una macchietta negli anni quaranta il futurismo... non posso citare quelle avanguardie, il dadaismo, vabbé Joyce, e avanguardie che già son nate come retroavanguardie, postavanguardie o i CCCP, visto che siamo in Emilia, e loro si chiamano Sparajurij, ma ormai son passati vent'anni e anche loro sono invecchiati, e non fanno più quello che faceva una volta... ma Joyce ha avuto il grande vantaggio di essere il primo ad averlo cambiato, e non il secondo... cioè è un compito difficile, e ci si può anche sbagliare a doverlo affrontare, ma atteggiamento avanguardistico può diventare retroguardistico...
    Sparajurij:
    Stiamo lavorando per diventare la stopavanguardia, ma forse è ancora presto.


    Roberto Carnero
    Giornalista e critico letterario)
    :
    Secondo me in queste cose che abbiamo sentito il testo è tutto, esiste cioè quando viene recitato, buttato fuori e mi è piaciuto sentirlo... del resto mi sembra che loro un po' si trasfigurano leggendo i loro testi, li ho conosciuto in questi giorni, come ragazzi tranquilli, e invece qua c'è proprio una specie di trasformazione, di metamorfosi... forse è anche la dimensione di esperienza collettiva di questo laboratorio, che diventa una sorta di autocoscienza che fa emergere delle cose... e forse è molto torinese questa cosa, da un lato la compostezza apparente della città sabauda, gozzaniana, che dall'altro è anche la capitale del satanismo europeo... diciamo che non fanno nulla di nuovo, se vogliamo risalire all'idea dello scandalizzare il borghese, già della Scapigliatura, poi le varie avanguardie, però la vitalità della letteratura è anche in esperienze di questo tipo, e in questo caso io mi sono svegliato, e quindi sono contento...


    Giuseppe Caliceti:
    Al di là del testo volevo sottolineare un'ovvietà, e però anche credo una nuova tendenza, che loro si presentano non come singolo autore, ma come gruppo e volevo sapere da loro perché...
    Sparajurij:
    "Come l'ignoranza di una persona si dissolve da sola nel momento in cui ella conosce. Come si dissolve l'oscurità nel momento in cui splende la luce, così la deficienza dispare nella perfezione. Da questo momento non appare più l'apparenza esterna: si diffonderà fondendosi nell'unità, mentre ora le loro opere sono disperse. In (quel) momento l'unità porterà alla perfezione gli spazi. Nell'unità ognuno ritroverà se stesso. Nell'unità, per mezzo della conoscenza, egli purificherà se stesso dalla molteplicità; come una fiamma, divorerà in se stesso la materia: l'oscurità per mezzo della luce, la morte per mezzo della vita."
    Siamo convinti che un sogno collettivo, condiviso, possa diventare mito, o anche incubo.


    Tommaso Ottonieri:
    Mi spiace adesso intervenire dopo che loro avrebbero chiuso così brillantemente con questo loro intervento, ma diciamo che sicuramente è da sottolineare questa natura di movimento, di scrittura in movimento, in processo, scrittura che prevede una gamma ampia ed anche a vari gradi di consapevolezza, dove My Flowesperma - al di là di una certa energia e di alcune strutture a loop, denuncianti un forte rapporto col nastro, con certa tecnologia se vogliamo anche bassa, ancora analogica, in questo riprendere l'inizio dove si era partiti, in questa specie d'infinità rotante - però in quel testo si denunciava una serie d'incertezze di una formalizzazione acerba, con la predominanza di aggettivazione pesante e un po' così, che nei testi successivi si prosciugava e acquistava immediatezza. Il movimento quindi come scrittura in processo e come entità che producono scrittura all'interno di una situazione condivisa, appunto, di laboratorio, se vogliamo ridurla, ma con questa grande carica utopica che appunto è del sogno. Sarebbe interessante, forse sarà fatto nella tavola rotonda successiva, mettere in contatto questa esperienza con altre esperienze di laboratorio; io ad esempio ho seguito, anche se a margine, un'altra esperienza a Roma di scritture nate all'università, il Laboratorio di Liberatura, da cui sono usciti molti scrittori apparentabili agli sparajurij e anche altre forme, come ad esempio Christian Raimo, che è stato uno dei principali animatori, diciamo l'anima di Liberatura; e anche lì, per riprendere il discorso di Sauer, vediamo dei concetti di scuola, come qualcosa di gerarchico, di verticale, di diacronico, ma forse più che le avanguardie storiche primonovecentesche, forse riprenderei più in là, a una situazione più planetaria, sento molto più Burroughs che il Futurismo in questo tipo di scrittura; la scrittura burroughsiana è lontana dall'essere esaurita e continua a produrre a ripetizione fuochi d'artificio continuamente nuove tipologie di scrittura anche negli Stati Uniti. L'altro modello di scuola è invece quello orizzontale, di entità che s'incontrano, condividono un lavoro, e producono forme e deformazioni, sformano, creano forme perché; sentono che la forma non basta, perché sempre quando si crea una forma è perché si sente che le forme esistenti non bastano, per cercare di definire, di toccare possibilità di mondo. Un'altra cosa che vorrei dire, ma d'altra parte ci sarebbero molte cose da dire su questo testo - io il lavoro di sparajurij lo conoscevo, li ho incontrati qualche mese fa a Torino e ho anche scritto sul loro primo libro .noibimbiatomici e ho dimenticato totalmente quello che ho scritto - dicevo che la matrice anche qui non è direttamente letteraria, non è verticalizzabile in un sistema di classificazioni, di riconoscimenti, futurismi e avanguardie, sì c'è anche tutto questo, ma tutto questo in quanto mediato, passato attraverso un filtro decisivo che è quello della mediazione, del linguaggio dei media e dei ritmi, soprattutto, della ritmica dei media. Se noi qui avvertiamo una presenza del linguaggio della poesia, una presenza a mio parere non estranea assolutamente a tutta la cultura narrativa degli anni '90, però mascherata, mediata, ignota ad alcuni degli stessi scrittori degli anni '90 (ad altri, come Aldo Nove, assolutamente non ignota, poiché parte dalla poesia e scrive in fondo delle forme che sono dei poemi mascherati dalla prosa), è perché il linguaggio caldo, mediato, pieno d'interferenze nasce dalla poesia attraverso la mediazione dei linguaggi, dei ritmi dei media, e soprattutto della musica, della musica rock. Per quello che riguarda il discorso delle avanguardia, è interessante quello che hanno detto loro rispetto alla stopavanguardia, evidentemente una provocazione, ma appunto nei tardi anni '70 come sappiamo col punk e la versione più formalizzata, concettualizzata newyorkese, che è la Nowawe, si è venuta a creare una provocazione ulteriore che è quella di Noavanguardia e a mio parere - quello che ho appunto scritto nel La plastica della lingua - forse le forme etichettabili fra grandi virgolette come avanguardia in questi anni si possono catalogare come Noavanguardia. Sulle strutture più che formalizzazione di formalismo, come diceva Barilli prima, anche se c'è questa forte presenza di lavoro sulle forme, però mi sembra importante questo aspetto di lavoro sulla deformazione, sullo sformamento, di nuovo accogliendo con gratitudine la citazione che mi faceva prima Barilli, su strutture ipertrofiche, di dilatazione, di forme che tendono ad aprirsi.


    Giulio Mozzi:
    L'espressionismo è di solito un lavoro di tipo archeologico, come quello del gruppo Sparajurij che trovo molto antico.
    Sparajurij:
    Grazie!!!


    Michele Trecca:
    La manifestazione di quest'anno di Reggio Emilia, grazie all'ultima lettura di questa mattina, ha confermato questa necessità di tenere aperti i possibili, di evitare quanto più possibile imprigionanti che limitino, taglino le ali, è un momento molto particolare nel senso di molto interessante, forse c'è una nuova pista anche per la critica...


    titonco:
    Gli Sparajuri sono la prova evidente che la freccia del tempo è invertibile. Il ragazzo mangione con la camicia rossa fuori dei calzoni è Filippo Tommaso Marinetti, che retrovissuto fino agli attuali 24 anni, produce seriosamente i suoi zang tumb tumb. Quando arriverà a 5 anni, sarà uno stilnovista e da neonato costruirà dei calendari di pietra per ricordarsi dei solstizi. E poi sempre lui deve smettere di usare gli acidi che fanno disperare la sua mamma e gli fanno percepire il "verde marcio di Pollock", colore che il maestro americano, il cui senso coloristico si è formato tra le montagne rocciose, non conosceva, non usava e nemmeno possedeva il tubetto di colore.


    Mikamadu:
    Arriviamo in teatro che sta finendo la lettura di sparajurij. Si sente tipo: SE SCOPPIA LA GUERRA, COSA NE SARÀ DEL FIGLIO DI BERLUSCONI? SE SCOPPIA LA GUERRA, COSA NE SARÀ DEL MIO GATTO? SE SCOPPIA LA GUERRA, COSA NE SARÀ DELLA TV? E dopo: SPERMA SPERMA! Mah. Allora dopo la lettura finisce, arriva un noto personaggio storico di Ricercare che fa un sacco di complimenti ai Sparajurij. Dopo arriva una signora, dice "Ma perché mi avete nominato quel pittore là? Cosa c'entra con voi? Che voi vi siete formati con Mtv? eh? come mai? eh? come mai?" Allora uno dei Sparajurij dice che lui c'aveva in testa delle immagini, che non si ricordava dove le aveva viste, però le aveva viste e quindi le ha usate senza farsi tante storie. Dopo, a un certo punto, si vede in platea una cartellina che vola giù. Chi è stato? È stato un critico tedesco che era un po' manesco, si vede che gli è scappata dalle mani. Morozzi ride. Dopo viene a parlare un altro critico, il linguaggio, la velocità. Dice che secondo lui, le cose di Sparajuriji sono belle solo se le leggono loro così come hanno appena fatto. Che uno a leggersele da solo, quelle cose lì, dopo non gli piacciono. Io penso il contrario: secondo me gli Sparajurij hanno letto male e hanno penalizzato il loro lavoro... troppa attenzione sulla loro interpretazione (fatta a voce troppo alta, credo), poca sul testo. Magari se me lo leggo da sola con i tempi giusti mi piace di più. Comunque. Poi, salta su un editore di una nota rivista letteraria che dice "Eh, vedete come la tecnologia influenza la scrittura! Internet! Guardate Sparajurij! Mai come quest'anno a Ricercare s'è sentito nominare così tante volte 'sperma'..." A questo punto salta su un altro noto editore che dice "'scolta, ma che siti vai a vedere te che dici che 'sperma' ti fa venire in mente internet?" Tutti a ridere.


    Giancarlo Tramutoli:
    A me degli Sparajurij m'è piaciuto molto il pezzo finale, quello sulla guerra, c'erano belle immagini, bell'atmosfera, la musica giusta... e per me, quella più che prosa è poesia... poi se è un'operazione vecchia, nuova, non m'importa. Mi pare bella. Pollock era un riferimento pittorico perfetto per il loro modo di accumulare immagini in modo vorticoso, a parte la legittima libertà di citare tutto quello che gli pare, da Iva Zanicchi a John Cage (il vantaggio delle giovani generazioni è che possono attingere a un repertorio visivo ampissimo con tutti i vecchi filmati che passano per la TV, questa è ricchezza, che cavolo c'entrano i discorsi generazionali? Io vado a fare la spesa dove hanno più varietà di merce, ho più possibilità di scegliere...) E poi grazie a Mikamadù che ha fatto una cronaca buffa e puntuale anche se si capisce (qua e là) che i suoi giudizi sono a volte condizionati dalla febbre. Ciao e guarisci subito!
    Cari Sparajurij,
    Io sono quello stupido che a cena (eravamo vicini) vi ho chiesto se avevate il porto d'armi...


    Marco Candida:
    I ragazzi di Sparajurij e Gabriele Picco mi sono piaciuti.
    Perché con i loro pezzi hanno costretto a mettere in bocca a tutti i critici e a quelli delle parole "importanti" e della "sintassi", parole come "merda", "cacca", "piscio". Una operazione molto raffinata la loro e del tutto consapevole. Forse persino Mozzi c'è cascato. Ma non Caliceti. Ecco perché Caliceti ha voluto i ragazzi di Sparajurij a tutti i costi. Li ha usati. È stato un messaggio. In fatti non a caso Sparaiurij chiudeva la rassegna dei racconti. Occhio a Caliceti: usa la gente.
    I ragazzi di Sparajurji sono simpatici.
    Li ho accompagnati fino in albergo dove hanno alloggiato con tutti gli altri scrittori selezionati e invitati e i critici e i responsabili delle case editrici. Era un bell'albergo. Con noi c'era anche un futuro scrittore di successo. Si chiama Francesco Dezio. Di sicuro pubblicherà per qualche importante casa tipo Rizzoli, Feltrinelli, Mondadori. E venderà 150.000 copie. Mi è parso uno che ha capito tutto dello scrivere.
    Alla fine di Ricercare, alla fine anche del buffet di Ricercare i ragazzi di Sparajurij hanno cercato un po' squadristicamente Mozzi. Mozzi durante la tavola rotonda ha lasciato cadere verso il lavoro di Sparajurji - poesie a tre voci - un commento negativo. Così i ragazzi si sono scaldati, si sono radunati in una squadriglia di tre persone, più Gabriele Picco e me come aggiunto - io stavo lì ad ascoltare - e hanno arringato Mozzi. Mozzi diceva: il vostro lavoro mi sembra un po' antico. E i ragazzi attaccavano con il valore assoluto della mitologia. Mozzi diceva: bisogna raccontare cose. E Gabriele Picco attaccava con il valore assoluto delle favole. Volevano ismi. Volavano anacoluti. Volavano frasi molto scolastiche. Io non ci capivo niente. Mi è presa all'improvviso la malinconia.
    Qui è un macello, è un massacro, è un tritatutto.


    "Gazzetta di Reggio" del 25 ottobre

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    La Gazzetta di Reggio del 26-10


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