Renato Barilli
(Docente all'Università di Bologna, organizzatore di Ricercare, ex-ragazzo del
gruppo '63):
Questo testo è una cosa completamente diversa da quello che abbiamo sentito
stamattina e ieri... E devo dire che devo ringraziare Caliceti che ha insistito
per la vostra selezione. Io forse io mi ero tarato sull'altra banda, cioè sulla
banda di una narrazione poco formalista che anzi trascura la forma per i contenuti,
cioè cerca di essere trasparente o prosastica fino in fondo, sia che aleggi
in distanza qualche struttura narrativa oppure si diriga verso un effetto di
letteratura-verità. Invece voi lanciate, rilanciate la sfida dell'iperletteratura,
alla Finnegan's Wake, l'atto finale del maggiore sperimentatore della
letteratura del '900, l'operazione che cancella davvero i confini tra prosa
e poesia... avete fatto un testo come quelli che ci dà continuamente l'amico
Tommaso Ottonieri, con quel passo mi sembrerebbe più adatto alla poesia che
alla prosa, perché ha tutta una serie di accostamenti, di associazioni a freddo,
di collagismo. La vostra è un'opera di collagismo che implica anche l'inserimento
di materiale inventato, di neologismi, cioè un'operazione interessantissima:
è un vero laboratorio di nuova scrittura, quella dimensione laboratoriale che
noi certamente rischiamo di perdere con la non-narrazione, la letteratura verità,
e che invece in voi risorge in pieno e quindi apre delle prospettive incalcolabili,
anche perché, ripeto, cancella quella divisione qualche volta fastidiosa che
c'è tra il lavoro dei poeti e dei prosatori... perché rilanciate i procedimenti
della poesia, ma senza alcun lirismo, questo per carità, con operazioni che
sono fredde e che abbrancano tutto il materiale dell'attualità, e anche questo
fra l'atro è un merito; e poi si aggiunge il fatto interessante della polifonia,
siete, avete detto, più di uno o meno di uno, anche questo interessante, non
il testo monotematico e che ha un unico performatore, ma un testo, anzi un politesto
che viaggia su varie dimensioni, e il fatto che vi siate dati il cambio nelle
voci, ha inserito anche una diversità di registro vocale e di velocità, un altro
fatto interessante è che voi delle volte accelerate, delle volte rallentate,
e così via... ci attaccate da punti diversi dell'orizzonte sonoro, semantico.
Quindi un'operazione che apre prospettive straordinarie, al di là dei vostri
meriti, facendo dei discorsi di tendenza di progettualità... Mi ero impigrito
nella tavola d'apertura dicendo che in fondo gli scrittori negli anni '90 non
hanno tanto lavorato sull'aspetto formalistico della ricerca, ma più i significati
che i significanti, storcendo io stesso la bocca di fronte agli elaborati dei
poeti che presentano doti dell'assemblaggio e della polifonia. Voi aprite di
nuovo questa prospettiva interessante anche per noi e i nostri lavori, della
fusione di quelle due grandi vie, quella della prosa e della poesia, ripeto,
una poesia che però non paga il suo tributo al lirismo, ritrovando alcuni procedimenti
della poesia ma in una prospettiva assolutamente antilirica e questo è un merito
ulteriore.

Francesco
Leonetti:
Siccome qualunque cosa noi singolarmente facciamo, qui nella sala, abbiamo il
compito ovviamente di lettura critica immediata, allora io cerco di dare un
senso di carattere storico-letterario a quello che voi fate, come peraltro anche
Barilli, riferendosi a Joyce... Secondo me quello che è originale, interessante
presso di voi, è una forma iniziale, dico solo iniziale, di Espressionismo...
non so se avete chiaro che, nel periodo della Voce, che ci sono queste
improvvisazioni e caratteristiche dell'Espressionismo, se leggete
Rebora in guerra, scrive delle cose avvicinabili a voi, voi siete iniziali,
meno costruiti... direi in termini differenti... Per il primo testo, quello
che riguarda lo sperma, posso trovare che è un po' accatastato, scusate, non
c'è lo sperma femminile e perché no!, e quindi è un atto quasi masturbatorio...
Nell'ultimo testo invece c'è una previsione drammaticissima, acuta sulle conseguenze
della guerra, e quello è veramente un testo reboriano, ha questa forza, guardateci
con attenzione... che cosa vuol dire oggi Espressionismo, vuol dire proprio
metterci rottura con ciò che si teme, cioè una prosa levigata, una prosa classicità,
nella formula di Contini nei primi anni '50 è una ripresa di Dante contro Petrarca,
e un recupero della rottura nel testo... questo mi pare di poter dire, che c'è
qualcosa che va al di là, forse una sorte che ricapita, riaprire l'espressionismo?
oooh magari... voi ne avete assunto la carica più piena, e complimenti.
Reinhard Sauer:
C'è questo problema dell'approccio storico... ma tutta la letteratura e la cultura
cammina sulle spalle delle generazioni precedenti... ma l'avanguardia ha sempre
anche il compito di non copiare le avanguardie precedenti, di ammazzare i propri
padri... questo aspetto edipico di ammazzare quello da cui si ruba per non farsi
beccare.. in Italia c'è stato il primo futurismo con tutto rispetto, poi il
secondo, la terza ondata, la quarta ondata, fino a diventare una macchietta
negli anni quaranta il futurismo... non posso citare quelle avanguardie, il
dadaismo, vabbé Joyce, e avanguardie che già son nate come retroavanguardie,
postavanguardie o i CCCP, visto che siamo in Emilia, e loro si chiamano Sparajurij,
ma ormai son passati vent'anni e anche loro sono invecchiati, e non fanno più
quello che faceva una volta... ma Joyce ha avuto il grande vantaggio di essere
il primo ad averlo cambiato, e non il secondo... cioè è un compito difficile,
e ci si può anche sbagliare a doverlo affrontare, ma atteggiamento avanguardistico
può diventare retroguardistico...
Sparajurij:
Stiamo lavorando per diventare la stopavanguardia, ma forse è ancora presto.
Roberto Carnero
Giornalista e critico letterario):
Secondo me in queste cose che abbiamo sentito il testo è tutto, esiste cioè
quando viene recitato, buttato fuori e mi è piaciuto sentirlo... del resto mi
sembra che loro un po' si trasfigurano leggendo i loro testi, li ho conosciuto
in questi giorni, come ragazzi tranquilli, e invece qua c'è proprio una specie
di trasformazione, di metamorfosi... forse è anche la dimensione di esperienza
collettiva di questo laboratorio, che diventa una sorta di autocoscienza che
fa emergere delle cose... e forse è molto torinese questa cosa, da un lato la
compostezza apparente della città sabauda, gozzaniana, che dall'altro è anche
la capitale del satanismo europeo... diciamo che non fanno nulla di nuovo, se
vogliamo risalire all'idea dello scandalizzare il borghese, già della Scapigliatura,
poi le varie avanguardie, però la vitalità della letteratura è anche in esperienze
di questo tipo, e in questo caso io mi sono svegliato, e quindi sono contento...
Giuseppe
Caliceti:
Al di là del testo volevo sottolineare un'ovvietà, e però anche credo una nuova
tendenza, che loro si presentano non come singolo autore, ma come gruppo e volevo
sapere da loro perché...
Sparajurij:
"Come l'ignoranza di una persona si dissolve da sola nel momento in cui ella
conosce. Come si dissolve l'oscurità nel momento in cui splende la luce, così
la deficienza dispare nella perfezione. Da questo momento non appare più l'apparenza
esterna: si diffonderà fondendosi nell'unità, mentre ora le loro opere sono
disperse. In (quel) momento l'unità porterà alla perfezione gli spazi. Nell'unità
ognuno ritroverà se stesso. Nell'unità, per mezzo della conoscenza, egli purificherà
se stesso dalla molteplicità; come una fiamma, divorerà in se stesso la materia:
l'oscurità per mezzo della luce, la morte per mezzo della vita."
Siamo convinti che un sogno collettivo, condiviso, possa diventare mito, o anche
incubo.
Tommaso Ottonieri:
Mi spiace adesso intervenire dopo che loro avrebbero chiuso così brillantemente
con questo loro intervento, ma diciamo che sicuramente è da sottolineare questa
natura di movimento, di scrittura in movimento, in processo, scrittura che prevede
una gamma ampia ed anche a vari gradi di consapevolezza, dove My Flowesperma
- al di là di una certa energia e di alcune strutture a loop, denuncianti un
forte rapporto col nastro, con certa tecnologia se vogliamo anche bassa, ancora
analogica, in questo riprendere l'inizio dove si era partiti, in questa specie
d'infinità rotante - però in quel testo si denunciava una serie d'incertezze
di una formalizzazione acerba, con la predominanza di aggettivazione pesante
e un po' così, che nei testi successivi si prosciugava e acquistava immediatezza.
Il movimento quindi come scrittura in processo e come entità che producono scrittura
all'interno di una situazione condivisa, appunto, di laboratorio, se vogliamo
ridurla, ma con questa grande carica utopica che appunto è del sogno. Sarebbe
interessante, forse sarà fatto nella tavola rotonda successiva, mettere in contatto
questa esperienza con altre esperienze di laboratorio; io ad esempio ho seguito,
anche se a margine, un'altra esperienza a Roma di scritture nate all'università,
il Laboratorio di Liberatura, da cui sono usciti molti scrittori apparentabili
agli sparajurij e anche altre forme, come ad esempio Christian Raimo, che è
stato uno dei principali animatori, diciamo l'anima di Liberatura; e
anche lì, per riprendere il discorso di Sauer, vediamo dei concetti di scuola,
come qualcosa di gerarchico, di verticale, di diacronico, ma forse più che le
avanguardie storiche primonovecentesche, forse riprenderei più in là, a una
situazione più planetaria, sento molto più Burroughs che il Futurismo in questo
tipo di scrittura; la scrittura burroughsiana è lontana dall'essere esaurita
e continua a produrre a ripetizione fuochi d'artificio continuamente nuove tipologie
di scrittura anche negli Stati Uniti. L'altro modello di scuola è invece quello
orizzontale, di entità che s'incontrano, condividono un lavoro, e producono
forme e deformazioni, sformano, creano forme perché; sentono che la forma non
basta, perché sempre quando si crea una forma è perché si sente che le forme
esistenti non bastano, per cercare di definire, di toccare possibilità di mondo.
Un'altra cosa che vorrei dire, ma d'altra parte ci sarebbero molte cose da dire
su questo testo - io il lavoro di sparajurij lo conoscevo, li ho incontrati
qualche mese fa a Torino e ho anche scritto sul loro primo libro .noibimbiatomici
e ho dimenticato totalmente quello che ho scritto - dicevo che la matrice anche
qui non è direttamente letteraria, non è verticalizzabile in un sistema di classificazioni,
di riconoscimenti, futurismi e avanguardie, sì c'è anche tutto questo, ma tutto
questo in quanto mediato, passato attraverso un filtro decisivo che è quello
della mediazione, del linguaggio dei media e dei ritmi, soprattutto, della ritmica
dei media. Se noi qui avvertiamo una presenza del linguaggio della poesia, una
presenza a mio parere non estranea assolutamente a tutta la cultura narrativa
degli anni '90, però mascherata, mediata, ignota ad alcuni degli stessi scrittori
degli anni '90 (ad altri, come Aldo Nove, assolutamente non ignota, poiché parte
dalla poesia e scrive in fondo delle forme che sono dei poemi mascherati dalla
prosa), è perché il linguaggio caldo, mediato, pieno d'interferenze nasce dalla
poesia attraverso la mediazione dei linguaggi, dei ritmi dei media, e soprattutto
della musica, della musica rock. Per quello che riguarda il discorso delle avanguardia,
è interessante quello che hanno detto loro rispetto alla stopavanguardia, evidentemente
una provocazione, ma appunto nei tardi anni '70 come sappiamo col punk e la
versione più formalizzata, concettualizzata newyorkese, che è la Nowawe,
si è venuta a creare una provocazione ulteriore che è quella di Noavanguardia
e a mio parere - quello che ho appunto scritto nel La plastica della lingua
- forse le forme etichettabili fra grandi virgolette come avanguardia in questi
anni si possono catalogare come Noavanguardia. Sulle strutture più che
formalizzazione di formalismo, come diceva Barilli prima, anche se c'è questa
forte presenza di lavoro sulle forme, però mi sembra importante questo aspetto
di lavoro sulla deformazione, sullo sformamento, di nuovo accogliendo con gratitudine
la citazione che mi faceva prima Barilli, su strutture ipertrofiche, di dilatazione,
di forme che tendono ad aprirsi.
Giulio Mozzi:
L'espressionismo è di solito un lavoro di tipo archeologico, come quello del
gruppo Sparajurij che trovo molto antico.
Sparajurij:
Grazie!!!
Michele Trecca:
La manifestazione di quest'anno di Reggio Emilia, grazie all'ultima lettura
di questa mattina, ha confermato questa necessità di tenere aperti i possibili,
di evitare quanto più possibile imprigionanti che limitino, taglino le ali,
è un momento molto particolare nel senso di molto interessante, forse c'è una
nuova pista anche per la critica...
titonco:
Gli Sparajuri sono la prova evidente che la freccia del tempo è invertibile.
Il ragazzo mangione con la camicia rossa fuori dei calzoni è Filippo Tommaso
Marinetti, che retrovissuto fino agli attuali 24 anni, produce seriosamente
i suoi zang tumb tumb. Quando arriverà a 5 anni, sarà uno stilnovista e da neonato
costruirà dei calendari di pietra per ricordarsi dei solstizi. E poi sempre
lui deve smettere di usare gli acidi che fanno disperare la sua mamma e gli
fanno percepire il "verde marcio di Pollock", colore che il maestro americano,
il cui senso coloristico si è formato tra le montagne rocciose, non conosceva,
non usava e nemmeno possedeva il tubetto di colore.
Mikamadu:
Arriviamo in teatro che sta finendo la lettura di sparajurij. Si sente tipo:
SE SCOPPIA LA GUERRA, COSA NE SARÀ DEL FIGLIO DI BERLUSCONI? SE SCOPPIA LA GUERRA,
COSA NE SARÀ DEL MIO GATTO? SE SCOPPIA LA GUERRA, COSA NE SARÀ DELLA TV? E dopo:
SPERMA SPERMA! Mah. Allora dopo la lettura finisce, arriva un noto personaggio
storico di Ricercare che fa un sacco di complimenti ai Sparajurij. Dopo arriva
una signora, dice "Ma perché mi avete nominato quel pittore là? Cosa c'entra
con voi? Che voi vi siete formati con Mtv? eh? come mai? eh? come mai?" Allora
uno dei Sparajurij dice che lui c'aveva in testa delle immagini, che non si
ricordava dove le aveva viste, però le aveva viste e quindi le ha usate senza
farsi tante storie. Dopo, a un certo punto, si vede in platea una cartellina
che vola giù. Chi è stato? È stato un critico tedesco che era un po' manesco,
si vede che gli è scappata dalle mani. Morozzi ride. Dopo viene a parlare un
altro critico, il linguaggio, la velocità. Dice che secondo lui, le cose di
Sparajuriji sono belle solo se le leggono loro così come hanno appena fatto.
Che uno a leggersele da solo, quelle cose lì, dopo non gli piacciono. Io penso
il contrario: secondo me gli Sparajurij hanno letto male e hanno penalizzato
il loro lavoro... troppa attenzione sulla loro interpretazione (fatta a voce
troppo alta, credo), poca sul testo. Magari se me lo leggo da sola con i tempi
giusti mi piace di più. Comunque. Poi, salta su un editore di una nota rivista
letteraria che dice "Eh, vedete come la tecnologia influenza la scrittura! Internet!
Guardate Sparajurij! Mai come quest'anno a Ricercare s'è sentito nominare così
tante volte 'sperma'..." A questo punto salta su un altro noto editore che dice
"'scolta, ma che siti vai a vedere te che dici che 'sperma' ti fa venire in
mente internet?" Tutti a ridere.
Giancarlo Tramutoli:
A me degli Sparajurij m'è piaciuto molto il pezzo finale, quello sulla guerra,
c'erano belle immagini, bell'atmosfera, la musica giusta... e per me, quella
più che prosa è poesia... poi se è un'operazione vecchia, nuova, non m'importa.
Mi pare bella. Pollock era un riferimento pittorico perfetto per il loro modo
di accumulare immagini in modo vorticoso, a parte la legittima libertà di citare
tutto quello che gli pare, da Iva Zanicchi a John Cage (il vantaggio delle giovani
generazioni è che possono attingere a un repertorio visivo ampissimo con tutti
i vecchi filmati che passano per la TV, questa è ricchezza, che cavolo c'entrano
i discorsi generazionali? Io vado a fare la spesa dove hanno più varietà di
merce, ho più possibilità di scegliere...) E poi grazie a Mikamadù che ha fatto
una cronaca buffa e puntuale anche se si capisce (qua e là) che i suoi giudizi
sono a volte condizionati dalla febbre. Ciao e guarisci subito!
Cari Sparajurij,
Io sono quello stupido che a cena (eravamo vicini) vi ho chiesto se avevate
il porto d'armi...
Marco Candida:
I ragazzi di Sparajurij e Gabriele Picco mi sono piaciuti.
Perché con i loro pezzi hanno costretto a mettere in bocca a tutti i critici
e a quelli delle parole "importanti" e della "sintassi", parole come "merda",
"cacca", "piscio". Una operazione molto raffinata la loro e del tutto consapevole.
Forse persino Mozzi c'è cascato. Ma non Caliceti. Ecco perché Caliceti ha voluto
i ragazzi di Sparajurij a tutti i costi. Li ha usati. È stato un messaggio.
In fatti non a caso Sparaiurij chiudeva la rassegna dei racconti. Occhio a Caliceti:
usa la gente.
I ragazzi di Sparajurji sono simpatici.
Li ho accompagnati fino in albergo dove hanno alloggiato con tutti gli altri
scrittori selezionati e invitati e i critici e i responsabili delle case editrici.
Era un bell'albergo. Con noi c'era anche un futuro scrittore di successo. Si
chiama Francesco Dezio. Di sicuro pubblicherà per qualche importante casa tipo
Rizzoli, Feltrinelli, Mondadori. E venderà 150.000 copie. Mi è parso uno che
ha capito tutto dello scrivere.
Alla fine di Ricercare, alla fine anche del buffet di Ricercare i ragazzi di
Sparajurij hanno cercato un po' squadristicamente Mozzi. Mozzi durante la tavola
rotonda ha lasciato cadere verso il lavoro di Sparajurji - poesie a tre voci
- un commento negativo. Così i ragazzi si sono scaldati, si sono radunati in
una squadriglia di tre persone, più Gabriele Picco e me come aggiunto - io stavo
lì ad ascoltare - e hanno arringato Mozzi. Mozzi diceva: il vostro lavoro mi
sembra un po' antico. E i ragazzi attaccavano con il valore assoluto della mitologia.
Mozzi diceva: bisogna raccontare cose. E Gabriele Picco attaccava con il valore
assoluto delle favole. Volevano ismi. Volavano anacoluti. Volavano frasi molto
scolastiche. Io non ci capivo niente. Mi è presa all'improvviso la malinconia.
Qui è un macello, è un massacro, è un tritatutto.
"Gazzetta di Reggio" del 26 ottobre
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UN COMMENTO SUL MURO VIRTUALE
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