| - Emotività dell'acciaio
Comparso sul termine di un anno zero, anno celibe
dell'uno e l'altro dei millenni, Amore mio infinito risulta, già
adesso a qualche mese di anno-luce da quel termine (oggi, che abbiamo
metabolizzato quella perplessità di proiezioni e consuntivi, derivante dal
compenetrarsi di una Fine e di un Inizio), un'autentica svolta per un
concetto evolutivo del narrare. In un modo più profondo dagli stessi
racconti di Woobinda , che avevano segnato, cinque anni fa, un
gesto "scandaloso" di azzeramento del sistema narrativo (quasi l'osso
scagliato nelle galassie dall'ominide, all'inizio del 2001 di Kubrick), i
quattro "tempi" narrativi che compongono questo libro marcano il punto di
avvio di un'idea di narratività, che abbia eclissato tutta l'inerzia delle
strutture "pesanti" (la fabbrica del "romanzesco", con le sue cornici
prescrittive), svelando la loro inanità a rappresentare il "condensato
psichico", così elementare così complesso, del Soggetto Globalizzato. E
delle sue solitudini. Woobinda irrigidiva esemplarmente
quell'economia di segni, marche, prezzi, minutaggi, che diciamo Realtà, in
un sistema di caselle, di lotti commerciali, in quel catalogo
dell'infinito-vendibile che ha pervaso i nostri corpi nel tempo del
Presente senza Fine, per come è vissuto nel tempo-morto delle sue
periferie. Amore si centra su una soggettività più (alienamente)
integrata; un ventottenne, già invaso (Kubrick, appunto) da "una folla che
gli diceva di andare in tutte le direzioni ininterrottamente", neolaureato
in filosofia, che ora, dopo essersi affacciato "nel settore delle vendite
strategiche", vende banconi per il pesce. Entrato nel ciclo "adulto" e ora
postfordista, per cui dovrà convertire la sua configurazione intellettuale
e così il sistema delle sue attese sul mondo (già così critiche se si
condensavano in nostalgia amniotica), dichiara, testamentario, di avere
"quattro cose da dire" della sua vita: i quattro tempi rapsodici della sua
educazione all'intensità "ininterrotta" del senso - ciò che anche
chiamiamo l'amore. Qui Nove narra come da una prospettiva postuma (come
dal bordo d'acciaio del bancone, su cui già scorgiamo brulicare la materia
vendibile e morta), ma insieme azzerandosi nel Cominciamento dei
Cominciamenti, l'incipit della narrativa d'introspezione (la "Vita
nuova"); e il suo narrare quelle profondità emotive che i cicli del tempo
presente interrompono e dissolvono, fonde di continuo la materia della
lingua, mutandola nella motilità di un pensiero lirico e lisergico, in una
galassia di pure immagini, capace di far ripartire il senso del
linguaggio. "Le parole mi sembravano binari che scorrono dappertutto senza
incrociarsi mai". Il narrare nuovissimo di Nove, ridisegnato dalla lingua
della poesia e dalla forma del poemetto, è cioè arte di rimettere in
contatto le interruzioni, di ripristinare le direzioni. Nella coscienza
"crudele" che siamo noi quelli che stanno esposti, in attesa, sull'acciaio
del bancone. |