sceneggiatura “Incubi e amore”-Raul Montanari

regia di Antonio Syxty

con Raffaella Boscolo


 

PERSONAGGI

Lei

Il Persecutore.
 
 

SPAZIO E TEMPO

A piacere del regista.
 
 
 
 

Lei – No, non posso. Non posso, non posso… Non voglio.

Il Persecutore – Non fare tante storie. Lo sai che ti piace. Vero?

Lei – No! Non posso, non posso… non posso…

Il Persecutore – Dillo, stronza. Dillo che ti piace farlo così.

Lei – No, non voglio più.

Il Persecutore – Avanti, comincia. Comincia a raccontare.

Lei – Fammi uscire di qui.

Il Persecutore – Ancora me lo chiedi? E dove vorresti andare?

Lei – Non ce la faccio più… Ti prego.

Il Persecutore – Non ti piace più quello che facciamo?

Lei – Non posso, non… non ci riesco.

Il Persecutore – Sei sicura che non ti piace più raccontarmeli?

Lei – Non toccarmi!

Il Persecutore – No?

Lei – Lasciami… lasciami stare!

Il Persecutore – Ah. (Ironico) Allora è grave.

Lei – Non mi toccare.

Il Persecutore – Non hai risposto alla domanda. Dove vorresti andare? Mmh?

Lei – Lontano.

Il Persecutore – Lontano! Lontano… (Mima il concetto con la mano, sussurrando la parola) E cosa pensi di trovare… lontano da qui? Cosa t’immagini?

Lei – Niente.

Il Persecutore – No, non niente. Cosa c’è fuori di qui? Intorno a noi? Tu lo sai. Lo sai quanto me. Cosa c’è fuori di qui?

Lei – Paura. Confusione.

Il Persecutore – Hai paura?

Lei – Sì. Tanta gente… tanti occhi…

Il Persecutore – Allora smettila di fare queste storie!

Lei – Sì. Non farmi del male.

Il Persecutore – Non te ne ho mai fatto. Non tremare. Piantala di tremare così.

Lei – Ho smesso.

Il Persecutore – E allora parla. Raccontami il primo.

Lei (dopo una breve pausa) – Sono in un paese lontano… forse è la Cina antica, l'Impero Cinese. Mi processano per qualcosa che non ricordo di aver fatto, e un giudice di cui non vedo mai la faccia mi condanna a morte. La sentenza sarà eseguita in una data precisa, credo il 4 agosto; fino a quel giorno, io sono libera. Disperata, cammino tra colline e ruscelli, per giorni e notti, giorni e notti, come ubriaca delle ore che mi restano da vivere. Vedo tramonti, vedo animali uccisi, fuochi nel buio. Vedo un uomo correre inseguito da un altro. Una pioggia improvvisa. I rovi in un giardino. Un ombrello rovesciato a terra, tutto rotto, con le stecche piegate. Una mattina apro gli occhi nel mio letto, chiedo a mia madre che giorno è. "Il 5 agosto" risponde lei, fissandomi. L’orrore mi morde la gola, perché capisco di essere già morta. Mi sveglio, e per qualche minuto o per qualche ora rimango convinta, non so come, di essere morta.

Durante il racconto del sogno, il Persecutore si è comportato come se sognasse lui, ora, in tempo reale, e al tempo stesso come se questo sognare insieme fosse fare l’amore. Ha partecipato fisicamente al sogno, forse ansimando e muovendosi, e al momento della rivelazione ha sussultato, come se vivesse lui, adesso, questo orrore di morte sognata, e al tempo stesso come se avesse l’orgasmo.

Il Persecutore – Basta.

Lei – Basta, sì…

Il Persecutore – No, ancora. Ne ho voglia ancora, subito.

Lei – Sono stanca.

Il Persecutore – Io no!

Lei – Tu ne hai sempre voglia, ma io non ce la faccio, non lo sopporto più!

Il Persecutore – Non fare la stronza! Avanti, ancora…

Lei – Non toccarmi…

Il Persecutore – Ancora!

Lei – Sono nella mia stanza, quella dove una volta dormivo con mia sorella. Sul letto accanto a me c’è un ragazzo addormentato, nudo, il sesso piccolo, come abbandonato nell’ombra formata dall’anca, dal lenzuolo. Mi rannicchio quasi in fondo al letto, scendendo con la faccia all'altezza della sua pancia, e lo prendo in bocca. E’ piccolo e tenero come un bambino. Lo premo con la lingua schiacciandolo contro il palato, muovo la testa su e giù, piano, sentendolo ingrossarsi a poco a poco. Lui continua a dormire, il suo respiro non cambia. Ora lo sento gonfio, mi riempie la bocca, e io continuo a muovere la testa e la lingua. A un certo punto capisco che lui sta per venire, sempre senza svegliarsi, e sento la prima goccia in fondo alla lingua, quasi in gola. Ma il sapore non è quello… che conosco, è molto più dolce, e mi dà un senso di nausea. Il primo schizzo mi colma la bocca e la gola di quel dolce insopportabile, e allora mi alzo di scatto, sputando sul lenzuolo il sangue che continua a uscire a grandi fiotti scuri dal sesso del ragazzo, tossendo e sentendomi soffocare, e mi sveglio.

Ancora una volta il Persecutore ha "vissuto" il sogno come se fosse suo, passandosi la mano sulla bocca mentre lei raccontava la fellatio, alla fine stringendosi la gola e l’inguine, gemendo. E’ come se lui interpretasse mimicamente, emotivamente, quello che lei si limita a descrivere e raccontare, ma la sua mimica non è solo angosciosa, è anche voluttuosa.

Lei – Non è vero.

Il Persecutore (ancora ansimante) – Cosa?

Lei – Che tu non sai sognare. Non è possibile.

Il Persecutore – Non ho mai sognato in vita mia.

Lei – Non ci credo. Non te l’ho mai detto fino a oggi, ma non ci credo a questa cosa. Tutti sognano.

Il Persecutore – Tutti chi? Dove sono questi tutti?

Lei – Io sogno.

Il Persecutore – Lo so. Lo sento.

Lei – Basta, adesso. Sono stanca.

Il Persecutore – A volte quando sto per prendere sonno vedo grigio, davanti a me, come un’aria di piombo… e c’è una luce che sale, da dentro, sale lentamente, e allora penso che sto per sognare, vedere qualcosa. La luce si fa strada nei miei occhi, piano piano, troppo piano, e intanto io affondo nella notte, nel silenzio. Finisco sempre per immergermi nel buio, prima che la luce mi abbia raggiunto.

Lei – Perché non ce ne andiamo da qui?

Il Persecutore – Certe volte parli come se ti tenessi in prigione. Vai, vai… il mondo è grande. Vola via, farfalla della notte.

Lei – Non riesco più a stare qui con te.

Il Persecutore – Ma ti sto dicendo di andare, mi ascolti? La porta è aperta, il mondo ti aspetta. Tu lo sai com’è il mondo, no? Tutte quelle belle strade lunghe, le piazze grandissime, i viali alberati, i palazzi, i grattacieli…

Lei – Io non…

Il Persecutore – La gente. Milioni di persone che ti aspettano, per chiederti come stai, cosa vuoi fare di te. Vogliono sapere che scarpe vorresti calzare. Non vedono l’ora di sorriderti, piccola regina.

Lei (spaventata) – No!

Il Persecutore – Ti guardano tutti, vedi? Ti fissano con occhi amici.

Lei (coprendosi la faccia) – No, gli occhi…

Il Persecutore – Ma tu hai paura. Vero?

Lei – Sei tu che mi fai paura.

Il Persecutore – No, adesso basta! Sono stufo di sentirti dire queste cose! Devi deciderti! Con me sai dove sei, con me ti senti sicura, ma mi tratti come un carceriere! Certo, continui a immaginarti chissà cosa del mondo là fuori, degli altri… però hai paura! Ti lamenti di stare qui con me, ma se uscissi, tempo due minuti ti metteresti a piangere, a chiamarmi!

Lei – Sì…

Il Persecutore – Non è vero? Non è vero che mi chiameresti?

Lei – Sì, sì…

Il Persecutore – Mi pregheresti in ginocchio di tenerti qui con me… è vero?

Lei – Sì…

Il Persecutore (in falsetto) – Oh, ti scongiuro, faccio quello che vuoi, tutto quello che vuoi…

Lei (urla, esasperata) – Sì!!!

Il Persecutore – E allora smettila di frignare! Ricominciamo.

Lei – No, aspetta…

Il Persecutore – Sì, ricominciamo, perché a me piace. Hai capito? Non me ne frega niente se tu stai male, piace a me.

Lei – Lasciami stare un momento…

Il Persecutore – E poi lo sai, che dopo piace anche a te. Ti è sempre piaciuto…

Lei – Oh, Dio!

Il Persecutore – Su amore, su… fallo…

Lei – Sono ferma ai piedi di una collina, devo percorrere una strada di campagna che passa accanto a un paese popolato da gente cattiva. Non sono mai stata in quel paese, ma so che i suoi abitanti sono ladri e assassini, e che cadere nelle loro mani vuol dire morire in modo orribile. Mi passano a fianco altri viaggiatori; sembra che loro non sappiano quello che si dice del paese, perché proseguono tranquilli, e li vedo scomparire uno dopo l'altro al di là della collina. A un certo punto mi sembra di riconoscere una mia vecchia amica. Ha una borsa bianca in mano. La chiamo… la prego di fare questo pezzo di strada insieme a me, e lei dice di sì, ma… di malavoglia. Ci incamminiamo. Presto mi accorgo che lei accelera il passo, sempre più. Cerco di chiamarla, di convincerla ad aspettarmi, grido il suo nome, ma non serve. Sono sola. Paralizzata dal terrore, mi volto alla mia sinistra. Non c'è nessuno nelle strade del paese, ma perfino le mura delle case sembrano fremere, bianche, spaventose. Mi hanno sentita gridare. Una porta si apre. Stanno per venire. Cerco di correre, scappare, e lo sforzo che faccio è così violento.. così convulso… che mi sveglio.

Il Persecutore – Aaah!… (Davvero un gemito di angoscia e piacere, come venire nel dolore)

Lei – Mi sveglio.

Il Persecutore (dopo una pausa) – Come sono belli. Non te l’ho mai detto? Forse no. Sono bellissimi. Tu sei bellissima.

Lei (come intimidita, imbarazzata) – Non dire così.

Il Persecutore – Dovrei dirtelo più spesso, invece. E’ come se i pensieri mi soffocassero, mi strozzassero la voce in gola.

Lei – Che pensieri?

Il Persecutore – Quelli che entrano e escono dalla mia testa. I padroni della mia memoria, dei miei desideri, tutto. Io non ho difese contro di loro.

Lei – Padroni…?

Il Persecutore – Topi. Quando una casa viene abbandonata i topi ne diventano i padroni… no? Anche la mia testa è così. Devo essermene andato via, un giorno, non so neanch’io quando, e i topi sono entrati e vanno avanti e indietro. I pensieri, dico.

Lei – Tu… sei mai stato felice?

Il Persecutore – Quando mi racconti i tuoi incubi… quando lo facciamo, sono felice.

Lei – Non volevo dire questo.

Il Persecutore – Cosa allora?

Lei – La felicità… quella vera.

Il Persecutore – Per esempio?

Lei – Un giorno, tanti anni fa… la mamma mi portò su un lago.

Il Persecutore (con un’incomprensibile ironia) – La mamma…

Lei – Scoppiò un temporale, e noi facemmo una gran corsa e ci riparammo sotto un capannone. Il cuore mi batteva forte, poi sempre più piano. Ridevamo. Io avevo in mano un gelato, l’avevamo comprato, ma correndo la crema mi era caduta, era rimasto solo il cono, allora lo buttai in acqua. Lei aveva il suo, ancora tutto intero. Credevo che avremmo fatto a metà, invece lo gettò in acqua anche lei. Vedevo le gocce di pioggia, come tanti spilli che pungevano l’acqua del lago, e sentivo quell’odore che c’è solo d’estate, la pietra che fino a un attimo prima scottava sotto il sole e adesso è bagnata. Le domandai perché aveva buttato via il gelato, ma non mi dispiaceva che l’avesse fatto. La mamma non rispose, mi chiese se ero felice… chissà cosa le era venuto in mente.

Il Persecutore – Già.

Lei – E io risposi sì. Credo che ero felice davvero in quel momento.

Il Persecutore – Può darsi. (Dopo una breve pausa) Parli di tua madre per via di quei tre sogni, vero?

Lei (inorridita) – No!

Il Persecutore – Sì… io credo di sì…

Lei – Quelli no, per piacere…

Il Persecutore – Oh sì, invece… Non fare la ritrosa… Ti piace stuzzicarmi, eh? Ti piace provocare.

Lei – No.

Il Persecutore – Sì, sì, a te piace vedermi impazzire di voglia… Per questo hai detto quelle cose…

Lei – Non è vero! Le ho dette solo perché ero stata felice.

Il Persecutore – Be’, allora fai felice me, adesso. Avanti, non farti pregare…

Lei – Lasciala fuori, lei!

Il Persecutore – Oh, ma sei tu che la tiri dentro. E adesso non puoi tirarti indietro. Forza! Comincia dal primo!

Lei (spaventata, rassegnata) – Corro ansimando su una spiaggia, inseguita da un uomo con un coltello…

Il Persecutore – No, non è questo! Stai attenta, puttana! Attenta a quello che dici!

Lei – Scusami…

Il Persecutore – Non farlo più! Hai capito?

Lei – No.

Il Persecutore – Non ti azzardare più… Avanti!

Lei – Nel primo sogno torno a casa ed entro nel salotto. Mia madre è di spalle, seduta su un divano. Cammino lentamente, mi avvicino. Le metto una mano sulla nuca, fra i capelli, e lei si volta: la sua faccia è distrutta, sfigurata, come quella di una donna morta in un incidente stradale, vista tanti anni fa. Urlo…

Il Persecutore – (urla)

Lei – …e mi sveglio.

Il Persecutore – Ah, questo è una cosa… Avanti. Il secondo.

Lei – Fermiamoci solo un attimo.

Il Persecutore – No. Il secondo.

Lei – Nel secondo sogno… di nuovo, torno a casa ed entro nel salotto. Mia madre mi dà le spalle, seduta sul divano. La tocco e lei si volta lentamente: stavolta la faccia è integra, è pulita, ma c'è comunque qualcosa di insolito, che mi fa rabbrividire... Mi avvicino fino quasi a sfiorarle la fronte, e poi di colpo capisco: i suoi occhi hanno un colore diverso! Non sono i suoi occhi, non è lei! Una scarica di brividi mi frusta la schiena, grido…

Il Persecutore – (grida)

Lei – …e mi ritrovo seduta sul letto.

Il Persecutore (ansante, disfatto) – Sì… Sì, forse questo è il più… (un gesto vago della mano). Oh, sì.

Lei – Gli occhi…

Il Persecutore – Fa paura anche a me, quasi… (Si riprende del tutto) Non dimenticarla mai, tua madre. Tienile le mani, tienila… Non lasciarla affondare.

Lei – No.

Il Persecutore – Noi siamo tutti… spazzati dal tempo. Ci porta via come un fiume, una corrente, che si ferma solo nelle pozze della memoria. Un giorno anch’io esisterò solo nella tua memoria. Me ne starò lì aggrappato, impigliato. E quando mi lascerai andare… o ti abbandonerai anche tu alla corrente… verrò inghiottito. Annegherò nel… niente.

Lei – Non dire così.

Il Persecutore – Il terzo sogno, adesso.

Lei – Ma no, non adesso.

Il Persecutore – Sì, adesso invece. Il più gustoso.

Lei – Mi chiudo alle spalle la porta, entro nel salotto ed eccola, mia madre, seduta sul divano. Mi avvicino a lei, finché la sua schiena, i capelli, la nuca non riempiono i miei occhi, diventano tutto ciò che i miei occhi possono vedere. Allora, delicatamente, le poso una mano su una spalla. Lei si volta e mi guarda: è proprio mia madre, stavolta. (una pausa brevissima. Si guardano.) Caccio un urlo

Il Persecutore – (urla…)

Lei – …e mi sveglio, in preda a un orrore che non capisco.

Il Persecutore – (…e l’urlo si trasforma in riso, un riso violento e terribile) Aaah, la tua povera mamma. Povera mamma! (Ride, ridacchia, sbuffa, si calma, scuote la testa.) Eh, questi ragazzi… (un ultimo sbocco di riso).

Lei (esausta) – Non parlare male di lei.

Il Persecutore – Oh, no! Io non parlo male di tua madre. Non io, no.

Lei – Tu credi che le rivedremo, le persone morte?

Il Persecutore – Forse. Forse sì.

Lei – Quando moriremo anche noi?

Il Persecutore – Sì, certo. Così faremo i conti, tutti insieme, una buona volta.

Lei – E credi che loro ci vedono, adesso?

Il Persecutore – Non lo so. Forse qualcuno sì.

Lei – Qualcuno…?

Il Persecutore – Mah, può darsi che se uno aveva una cosa importante, quaggiù, e la morte l’ha interrotta, gli lasciano vedere come va a finire la faccenda. Magari è una questione di volontà, uno resta così attaccato a quella certa cosa non finita, con la sua forza di volontà, che riesce a guardarla ancora per un po’, dopo che è morto. Metti che uno ha un nemico, che sta facendo qualcosa di pericoloso. Lui continua a vederlo. Oppure era innamorato, e da lassù o insomma da dove sta guarda la persona che amava.

Lei – E può aiutarla?

Il Persecutore – No. Neanche da vivi ci si può aiutare. (Una pausa, poi:) Adesso lo puoi raccontare.

Lei – Cosa?

Il Persecutore – Lo sai benissimo. Il sogno che ti ho interrotto prima. Basta che… non sbagli le persone, come hai fatto le altre volte.

Lei – Io lo racconto così com’è…

Il Persecutore – Stacci attenta. Forza. Poi basta, per oggi. Comincia.

Lei – Corro ansimando su una spiaggia, inseguita da un uomo con un coltello… Sono pazza di paura perché so che stavolta non c'è pietà, non c'è scampo. Al centro della spiaggia sale un'immensa scala a chiocciola in metallo, che porta al cielo. Affannosamente, comincio ad arrampicarmi, e al terrore per l'uomo si unisce quello dell'altezza. Salgo, corro, le vertigini mi inseguono. Mi volto, vedo che mi stringe sempre più da vicino. L'uomo è mio padre.

Il Persecutore – No, non è tuo padre!

Lei – Continuo a salire disperata, inciampando, finché mi sento afferrare una caviglia…

Il Persecutore – (Grida o geme, come se il sogno finisse qui)

Lei – …Coperta di sudore, mi ritrovo nel mio letto. Ma non è il mio letto. E’ un posto enorme, io sono in mezzo, senza difese, e tante tantissime persone mi guardano, sento i loro occhi addosso. E’ la mia prigione, questa. Mio padre mi tiene qui dentro.

Il Persecutore – Non è tuo padre! Io non sono tuo padre!

Lei – Perché lui… ha paura quanto me. Ha paura più di me.

Il Persecutore (Rabbia, angoscia e poi lentamente attenzione e tenerezza, fino a una dolcezza trasognata e terribile nelle ultime parole) – Paura, paura… Non c’è niente da aver paura. Cammini per le strade, appoggi bene i piedi a terra. Basta starci attenti, capisci? E’ stupido aggrapparsi a ciò che è stato. Non devi aver paura, non puoi cadere. Cammini piano, la gente ti guarda e tu sorridi, così. Così. Non vogliono farti del male. Non c’è veleno in questi occhi, non c’è niente. Niente al mondo può farti male. Quanti amori, quanti desideri nelle case. Tu cammini nel quartiere, di sera, senti le voci, vedi le finestre gialle di luce, qualcuno ride, grida un bambino, poi è una lite, una donna grassa su un balcone, un uomo che passa col suo cane, le macchine, l'azzurro delle tivù accese… è tutta una domanda, una grande domanda senza risposta, che ti si stringe intorno. Non devi aver paura. Vedrai, sarà diverso. Un giorno tutto cambierà per noi… fidati di me. Lo aspetto anch’io, sai? Non sei solo tu che vuoi uscire. Ce ne andremo insieme, vedrai. Ti porterò dove comincia la strada, quella che va fuori città, e ti saluterò…

Lei – No…

Il Persecutore – Sì, ti saluterò…

Lei – Non dirlo… non dirlo…

Il Persecutore – Perché bisogna farlo. Perché è così. E ti dirò: coraggio, vai da sola adesso. Tu mi dirai: ci rivedremo? E io, sì, te l’ho detto, ci ritroveremo fra noi, e con lei… e con tutti. Con tutti.
 
 

2000 Raul Montanari per Maratona di Milano

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