Lettera a Pulp
Cari stagionati ragazzi,
i vostri interventi mi hanno procurato un quarto d’ora di sano divertimento. Mi
presento. Sono uno stagionato ragazzo che da una decina d’anni scrive di
critica letteraria e di altri argomenti cosiddetti culturali. L’ottanta per
cento di questi interventi è uscito per noti giornali e riviste di regime, tra
i quali il manifesto, Linea d’ombra, Pulp, Liberazione. Gratis. (“Gratis” non è
una nuova testata giornalistica, è l’ammontare dei compensi ricavati
dall’ottanta per cento della mia attività critica in dieci anni di lavoro).
Per una imperscrutabile congiuntura astrale, quattro anni fa (1996) il mio
primo romanzo è stato inserito in uno pseudo-movimento letterario. Il risultato
è che tutto ciò che ho scritto (e che scriverò) in seguito non veniva (non
verrà) valutato così: “È bello? È brutto?” ma così: “È ancora cannibale? Non è
più cannibale?”. Sono consulente per l’Einaudi. Ricevo un milione e mezzo lordo
al mese per proporre libri da pubblicare, quasi esclusivamente stranieri. Ogni
quindici giorni partecipo ai leggendari “mercoledì” della casa editrice
torinese. Sotto il tavolo ovale di via Biancamano, intorno al quale si
riuniscono prestigiosi consulenti, ci sono ancora appiccicate le insigni gomme
da masticare di Pavese e le venerande caccole di Calvino.
Un paio di volte all’anno il Corriere della sera mi chiede un articolo.
Cinquecentomila lorde. Faccio conferenze, letture recitate, performance, corsi
di scrittura creativa, corsi di aggiornamento per insegnanti, comparsate alla
radio, scrivo racconti per riviste di volontariato, brevi pezzi di teatro,
articoli. Alcune di queste cose mi vengono remunerate, altre no. Sono tradotto
in una decina di lingue (i libri in tre lingue, più altre sette lingue per una
commedia radiofonica). Mi avvicino ai quarant’anni. Pago l’affitto di una
decorosa e linda topaia. Sono un uomo felice.
La mia esperienza del mercato librario è questa. Per l’imperscrutabile
congiuntura astrale di cui sopra, credo di non esagerare se dico di essere
stato uno degli esordienti più recensiti della storia della letteratura
italiana. Come forse sapete, i rumori di fondo si sono protratti per due o tre
anni. Ebbene, proprio nel periodo più assordante, dalla fine del ’96 al ’99, il
mio primo romanzo è sparito dalle librerie (cosa normalissima), e anche dai
magazzini. Esaurite le sue brave diecimila copie, non è stato più ristampato.
Per dire, non ce n’era neanche una copia per tre anni di seguito allo stand
Einaudi del Salone del libro di Torino. Questo lo puntualizzo mica per
lamentarmi, ci mancherebbe (sono stato uno dei tre o quattro esordienti più
fortunati e coccolati degli anni Novanta, ho avuto il privilegio di conoscere e
frequentare Giulio Einaudi, la mia casa editrice mi passa un mensile), ma per
farvi capire che razza di lucrosa operazione mercantile è stata quella dei
cannibali o pulp italiani che dir si voglia.
Perché vi racconto i fatti miei? Per dirvi che potete sbattervi finché volete,
pinneggiare soddisfatti fra le onde del mercato editoriale o ringhiargli
contro, ma finché di mestiere fate gli intellettuali vivrete per sempre felici
in una decorosa e linda topaia in affitto.
Il prossimo anno sarò nella giuria di due concorsi letterari. Leggerò una
dozzina di romanzi (fra le 1500 e le 2000 pagine) e una ventina di racconti
(solo 100-200 pagine, spero) per il Premio Calvino e il Premio Alice-Inedito.
Gratis.
Se faccio una cazzata, giustamente la cosa si viene a sapere. Se non la faccio,
però, si viene a sapere di meno. Io sono la merda che sono, ma due anni fa ho
rifiutato dieci milioni al mese lordi per fare l’autore di un programma
televisivo giovanilistico. Alcuni amici (Alberto Piccinini e Tommaso Labranca,
tanto per non fare nomi) invece hanno accettato. Non li biasimo: loro sono
saggisti seri, non scrivono romanzetti come me, quindi non possono contare su
quell’“indotto” economico di conferenze corsi di scrittura eccetera che ti
permette di pagare l’affitto della topaia. E poi in tivù si lavora dodici ore al
giorno, con quattro o cinque mesi di ferie non pagate all’anno. I contratti
televisivi durano qualche mese, nessuno ti garantisce che te li rinnovino, e la
trasmissione può essere cancellata da un giorno all’altro per mancanza di
audience. Resta comunque il fatto che dieci milioni lordi al mese per un fesso
lavoro pseudointellettuale gridano vendetta di fronte allo stipendio di un
insegnante, un traduttore, un dottorando, un ricercatore universitario, un
redattore di casa editrice.
Ah, dimenticavo di dire che se scrivi gratis sui giornali non puoi richiedere
il patentino di pubblicista, perché la casta dei giornalisti vuole vedere le
fatture per prenderti in considerazione. Quindi non puoi fare l’esame per
entrare nell’albo, e la previdenza sociale, i rimborsi per cure dentistiche e
altre amenità te le scordi.
Io sono la merda che sono, ma da Fabio Fazio a fingere di tifare calcio per
fargli dire davanti alla telecamera il titolo del mio ultimo libro non ci sono
andato.
Giuseppe Culicchia, altro amico, è andato in India e in Cina e andrà in giro
per il mondo a scrivere reportage per una rivista di viaggi. Fa benissimo. Lo
invidio, sul serio. A una proposta simile di un’altra rivista, Niccolò Ammaniti
ha detto di no, preferisce stare a casa a scrivere. Fa benissimo anche lui, ma
l’amico Niccolò credo che sia un pochino più benestante dell’amico Giuseppe.
Io sono la merda che sono, ma il racconto su Max per due milioni, da mettere
come didascalia di un servizio fotografico delle topmodel con la fregna d’oro, non
l’ho scritto. L’amico Aldo Nove lo fa, e fa bene, perché gli vengono fuori
comunque cose eversive, petardi ficcati dentro il buco del culo dorato delle
topmodel. E infatti quei racconti li ripubblica dentro i suoi libri, dove non
sfigurano affatto, perché a volte le grande letteratura si può trovare persino
dentro una schifezza come Max (guardate anche solo l’indice degli autori nella
raccolta La fantascienza di Playboy).
Scusate se mi vengono in mente le cose alla rinfusa, ma l’amico Daniele Brolli
ha scritto giustamente che è un mondo tutto amalgamato in cui non si distingue
più il recensore dall’autore dall’editore dal lettore, e allora vi racconto che
sei anni fa ho recensito un romanzo francese. Sceglievo sempre io i libri da
recensire, ma la responsabile dell’inserto libri del manifesto (giornale che
allora pagava, poco, ma pagava), Alessandra Orsi, quella volta me lo ha
suggerito caldamente: la traduttrice era sua amica, diceva che era molto bello,
Alessandra Orsi non aveva motivo di non fidarsi. Era la storia (ricordo a
fatica) di un intellettuale cinquantenne che spara a zero sull’ambiente
letterario parigino senza fare nomi, si fidanza con una ventenne che si stufa
delle sue lagne e lo molla. L’intellettuale ci resta malissimo, ma il lettore (io)
dà ragione alla ragazza. Lo leggo, e scrivo che secondo me è brutto. Alessandra
Orsi non fa una piega, ci rimane un po’ male per la sua amica traduttrice, ma
la recensione viene pubblicata. Quattro anni dopo, un artista mi chiede una
paginetta per il catalogo di una sua mostra (gratis). Va a Parigi. Torna e mi
dice: “Ma che cosa hai combinato? Ho chiesto a un amico parigino di tradurmi in
francese la tua paginetta. Lui aveva accettato, ma il giorno dopo mi chiama e
dice che non può, ha il veto di uno scrittore suo amico che a quanto pare tu
hai stroncato quattro anni fa”. A ottobre, quest’anno, vado tre giorni a
Parigi, invitato dal Centre Pompidou. Conosco uno scrittore: “Sono contento che
i tuoi libri siano finalmente usciti in Francia”, mi fa. “Io ci avevo provato
anni fa, ma quando li ho proposti in consiglio editoriale, uno scrittore
funzionario della casa editrice è saltato sulla sedia, mi ha detto che se
continuavo a caldeggiarli mi avrebbe tolto il saluto. Poi ho scoperto che l’hai
stroncato sei anni fa. Si è costruito tutta una sceneggiatura in testa, è
convinto che tu te la sia fatta con la sua ex, perché c’è da dire che quel suo
romanzo era autobiografico, lui crede che tu e la ragazza abbiate fatto
comunella per denigrarlo. Così ho consigliato i tuoi libri a un altro editore,
ma ci sono voluti altri tre anni per farli pubblicare”.
Scrivere critica letteraria è un lavoro di merda (anzi, non è nemmeno un
lavoro, perché dicesi lavoro una prestazione remunerata in solido): se scrivi
quello che pensi la paghi in forme talmente divertenti e rocambolesche, sùbito
o a distanza di tempo, in angoli della psiche altrui o in assai più concreti
frangenti della cosiddetta industria culturale…
All’amico Marco Philopat (come vedete siamo tutti amici, ha ragione Daniele
Brolli), il quale tra l’altro dovrebbe forse ricordare che lavoro volentieri
gratis, rispondo che per Cos’è questo fracasso?, la mia raccolta di articoli e
piccoli saggi, mi hanno dato cinque milioni lordi di anticipo sui diritti
d’autore: per ogni copia guadagno il cinque per cento del prezzo di copertina,
cioè ottocento lire lorde. Quindi, per ricavare altri soldi da quel libro
dovrei venderne più di seimila copie. Cinque milioni per un libro di critica è
comunque una cifra sbalorditiva, visto che è esattamente ciò che ha preso
Antonio Moresco come anticipo sui diritti d’autore per un capolavoro scritto in
quindici anni, Gli esordi. L’Einaudi, questa bestia bottegaia che gocciola bava
e fatturati dalle fauci, ci rimetterà senz’altro, perché è tantissimo se il mio
libro venderà tremila copie. Una casa editrice guadagna il cinque per cento
circa sul prezzo di copertina.
Io sono la merda che sono, ma con un atto di sconfinata presunzione ho pensato
che il mio libretto (che parla di nefandezze culturali e di come se la passa
oggi l’Italia), se usciva in tascabile a sedicimila lire, forse avrebbe avuto
qualche possibilità di capitare in mano a un migliaio di ventenni italiani
(studenti universitari e non), e questa sarebbe stata una gran cosa, diciamo pure
un privilegio per me, ma anche e soprattutto un dovere di intellettuale
impegnato (ebbene sì, l’ho detto). Non mi sento affatto prigioniero, come
scrive Marco Philopat. Io sono un intellettuale libero, Marco, la libertà la
creo con la mia parola, quando essa ne ha la forza. Mi dispiace vederti ancora
crogiolare in facilissime logiche di schieramento. Io i miei “ambiti di
riferimento libero”, come li chiami tu, li ho strappati con i denti, e ti dirò
che non ne sono nemmeno fiero, perché in sé e per sé gli “ambiti” non
significano nulla, non valgono nulla, se poi dentro non ci si mettono parole
possenti.
A Domenico Gallo, che non conosco e che ha scritto un intervento veramente
spassoso, dico: se gli uffici stampa ti mandano doppioni, non andare in libreria
sperando di barattarli con dei libri nuovi: vendili direttamente ai remainders,
Domenico! Ti danno il dieci-quindici per cento sul prezzo di copertina, nelle
annate grasse ci fai un centone, che sembra niente ma intanto è metà di una
bolletta del telefono.
Mi arriva a casa una notevole quantità di manoscritti. Ricevo lettere,
telefonate e e-mail giustamente ansiose da parte di autori inediti che mi
chiedono se ho ricevuto il, se ho trovato il tempo di dare un’occhiata a, se
devono aspettare ancora molto per avere un giudizio su. Se non li leggo,
capita che a distanza di settimane o mesi i suddetti autori inediti piombino a
una presentazione di un libro (non mio) dove sono invitato a parlare (gratis,
ma faccio notare che per presentare un libro bisogna leggerlo, prepararsi,
studiare), e con la faccia scura mi sibilano che, certo, ormai sono entrato
nell’establishment e non mi degno di sprecare il mio prezioso tempo a.
Ho smesso di fare recensioni, per ora emetto critica letteraria a voce o per
iscritto a opere inedite: gratis, perché sono un pavido. Ma alcuni dei vostri
interventi su Pulp, cari stagionati ragazzi, mi hanno fatto venir voglia di
chiedere un milione più Iva a botta, idem per presentazioni conferenze
comparsate articoli raccontini recensioni (in quest’ultimo caso possono andar
bene anche pompini dalle addette degli uffici stampa).