Artista e Studioso delle Tradizioni (Roma 1898 - 1974)
LUCI: vorrei iniziare a parlare del barone Julius Evola, come i prof del liceo,
presentando la sua biografia poiché l'autobiografia, Il cammino del cinabro,
io non l'ho letta, anche perché non è stata tradotta in italiano e ne gira solo
una versione francese che io ovviamente non ho preso. Poi, per quello che ho
letto su questo libro, Evola è parecchio reticente a raccontare molti episodi,
amicizie e amori della sua vita; la sua infanzia è completamente assente, tranne
l'accenno al cattolicesimo osservante e alle origini nobili siciliane e romane
della sua famiglia con cui ruppe nella prima gioventù, ciao nebbia, leggendo
i soliti Baudelaire, Rimbaud, Stirner e allontanandosi così dalla direzione
cattolica che la famiglia avrebbe voluto dargli. Poi si avvicinò agli ambienti
artistici, entrando subito in collaborazione con Balla, e diventò pittore futurista
dall'alto livello d'astrazione , frequentando gli ambienti intorno a Balla che
erano pieni di teosofi e mistici. Vediamo qualche opera del primo e dell'ultimo
periodo della produzione dell'artista1:
Nudo di donna afroditica, 1968-70
La genitrice dell'universo, 1968-70
"in questo contesto vi è anche da accennare all'effetto di alcune esperienze interiori da me affrontate a tutta prima senza una precisa tecnica e coscienza del fine, con l'aiuto di certe sostanze che non sono gli stupefacenti più in uso [...] Mi portai, per tale via, verso forme di coscienza in parte staccata dai sensi fisici. Passai non di rado vicino all'area di allucinazioni visionarie e forse anche della pazzia [...] le ripercussioni di tali esperienze valsero però ad aggravare la crisi". L'uso delle droghe iniziò in piena guerra3.
PAN: Leggi la nota! Pare abbia scopato con Sibilla Aleramo.
PONTE: Tutti l'hanno scopata, pure Accorsi.
LUCI: Alla fine della Guerra Evola si dedica infatti sempre di più alla filosofia,
rarefacendo le proprie esperienze artistiche e poetiche, riprendendo concetti
dell'Idealismo Classico di Gentile, ma estremizzandolo con Novalis, Fichte e
Schelling vedendo in un Idealismo integrale e totale l'unica possibilità per
accedere al nucleo di essenza vera che c'è nell'uomo oltre tutti i rivestimenti
temporali legati al Divenire…
Neanche la fase filosofica non dura molto, perché, come già artisticamente,
Evola sembra farsi da solo tutta la strada del '900, superandolo: trova l'Idealismo
assoluto e il superamento di tutta la filosofia precedente, e ne esce vedendo
che come l'Arte anche la Filosofia non basta da sé e l'unico suo interesse,
dai trent'anni in poi, sarà la Tradizione, esoterica e religiosa, e il mettere
in luce le differenze tra le società precedenti al Kali Yuga, la fase di dissoluzione
dell'Universo che precede il Pralaya secondo l'Induismo (come è citato in Via
Nizza Live) e quelle successive sopraffate dalla materialità e da valori economici
e politici... Da molto giovane Evola aveva curata una traduzione interpretazione
del Tau Te Ching di Lao Tse, testo classico della tradizione cinese,
scrivendo anche a Tzara sulle somiglianze che vi trovava col Dadaismo nel percorso
di astrazione dalla vita concreta… Sulla base di queste ricerche pubblicherà
libri come Rivolta contro il mondo moderno dove, basandosi anche sugli
studi di Renée Guénon, esoterista
abbastanza conosciuto per la sua opera di divulgazione di simboli e sistemi
tradizionali, più per i suoi metodi che non divulgava...
Evola era anche un uomo sportivo, tutt'altro che un letterato chiuso come un
topo tra i suoi libri, amava l'alpinismo e scrisse anche alcuni libri come Meditazioni
delle vette, dove vede l'alpinismo come un processo di elevazione e astrazione
dal mondo materiale per arrivare l ghiaccio e alla pietra, alla sostanza brutta
che è un po' l'origine di tutto.
Quando s'instaurò il Fascismo in Italia Evola fu anche consultato da Mussolini,
sebbene la leggenda voglia che Mussolini si toccasse le palle quando arrivava
Evola, e con la caduta del regime gli rimase fedele, come anche Marinetti, per
un discorso di lealtà guerriera, evitando l'ipocrisia di attaccare ciò che fino
a quel momento aveva tollerato; tra l'altro il Fascismo gli aveva anche chiuso
un paio di riviste, tra cui La Torre, ed Evola non ne tollerava il plebiscitarismo,
il democraticismo, e la figura del leader populista… Durante la Seconda Guerra
Mondiale, Evola ebbe l'occasione per combattere i suoi nemici storici come l'americanismo
e il bolscevismo, ma per arruolarsi serviva la tessera fascista, che pare avesse
chiesto, invano. Arrivata la disfatta (e un'altra leggenda lo vede presente
al momento in cui Mussolini riuscito a liberarsi va a incontrare Hitler) Evola
riesce a rifugiarsi a Vienna, dove durante il bombardamento a tappeto della
città perde l'uso delle gambe e la sua attività di scalatore si ferma qui, a
metà degli anni '40.
Passa gli ultimi anni, fino al '74, scrivendo tra Bologna e Roma, circondato
da alcuni allievi, con grosse polemiche sia con la Sinistra che con la Destra
ufficiale. Una delle tante accuse rivoltegli fu quella di razzismo, tema sul
quale fin dagli anni '30, scrisse testi come Il mito del sangue, La
difesa della razza… Va detto che Evola aveva sempre rigettato l'idea di
un razzismo puramente biologico e in queste opere smonta le teorie di Gobineau,
di Chamberlain, poiché vedendo la carne come una manifestazione di altro, considerava
piuttosto un razzismo spirituale, difendendo ad esempio l'organizzazione delle
caste…
Abbiamo accennato prima che Evola superò il Futurismo, in particolare, con
un testo dal titolo Simboli della degenerescenza moderna: Il Futurismo.
Arrivò a dire questo perché vedeva il Futurismo come un esempio della decadenza
del mondo, dell'aprirsi al Divenire, alla velocità, alla lussuria, alla guerra,
alla vita pratica come una resa al Divenire. Lui pensava invece che bisognasse
e liberarsi dal Divenire per raggiungere l'Essere che c'è dentro l'individuo,
e tutte le sue opere pittoriche sia futuriste che astratte sono infatti dei
paesaggi interiori. Sto facendo troppi -ismi ma d'altra parte parlando del '900
o di -ismi o di -fismi si deve parlare. Comunque Evola cercava l'aspetto dell'interiorità
dell'essere umano e il suo salto al dadaismo è motivato dal vedervi un punto
fermo, un'astrazione del Divenire storico e spazio-temporale rispetto al futurismo
così assorbito nella società moderna. Come ho detto, in quella lettera che scrisse
a Tzara a proposito di Lao Tse, riuscì a trovare l'aggancio tra la millenaria
tradizione cinese e l'Avanguardia storica dei primi del primo '900, proprio
grazie a un'astrazione totale dalla manifestazione quotidiana e dall'immersione
nel flusso temporale di ogni individuo… continuava a cercare l'io più integro
e stabile, l'essenza immobile dell'individuo, attraverso gli strumenti prima
dell'arte, poi della filosofia e infine quello definitivo… tra l'altro Evola
si rifaceva alla tradizione medievale che vedeva l'arte somma, l'arte regia,
nell'arte alchemica, la trasmigrazione spirituale di cui tutti le arti erano
un semplice riflesso.
Evola fu anche divulgatore in occidente del Tantra, quello strumento di elevazione
spirituale che usa il sesso, come altri l'ascetismo, e su di esso nel '50 scrisse
Metafisica del sesso .
Va detto che Evola scriveva sia in francese che in italiano, ma sapeva anche
il tedesco, tanto da essere traduttore di Jung, Spengler, ed è ora venuto il
momento di leggere qualche sua pagina, ad esempio queste Note per gli amici,
scritte nel gennaio del '21, che spiegano bene la sua idea di Dada, di cui aveva
già una visione eterodossa rispetto a quella di Tzara, non di gioco, ma di distruzione
dell'individuo e della società per arrivare alla stabilità in mezzo al Divenire.
Note per gli amici4
Per noi, l'arte è un'altra cosa. Non si tratta di fare il giuoco dell'umanità
che i diversi mezzi espressivi travestono in illusione di nuovo e d'individuale;
non si fatta di fare gli istrioni o gli eroi; non si tratta di abbandono e di
ebbrezza colpevole, motivi eterni di ogni individuazione del sentimento e del
pensiero. Siamo fuori.
Tod und Verklarung! Noi tutti siano dei morti, dei carbonizzati, dei decomposti:
abbiamo esaurite, nella sete insaziabile di un Faust, tutte le esperienze, spremute
sino all'ultima stilla sanguinante tutte le passioni. Con Wagner ci siamo esauriti
nell'eroico dell'elemento universale, con Fichte abbiamo risolto egoisticamente
il mondo, con Nietzsche e, più con Rimbaud ci siamo devastati di umanità: palpitammo,
indicibilmente sparsi sulla natura, con Debussy, e con Berkeley e Kant vivemmo
in sede vitale il problema della conoscenza. Soffrimmo tutte le morti, vivemmo
le illusioni di tutte le luci, nell'esperienza di questa epoca congesta e torturata.
Ora tutto ciò non esiste più. Fuor dalle selve delle corruzioni che ci sventolarono
finché non fummo che strani fasci di nervi disseccati - finiti - un deserto
gelidamente ardente ci possedé, verso la rarefazione solare. Ora sappiamo che
c'era qualcosa d'altro che la nostra ubriachezza nascondeva, ora sentiamo
che sentimento, fede, amore ed umanità son deboli infinite malattie: tutto quel
che è vita e realtà, per gli altri è caduto giù, per sempre, come una veste
sporca, sudata e straccia da un corpo di luce. E gli uomini che si chiaman vivi,
li vediamo morti fantocci, bruti e mercanti.
Non è pessimismo: si tratta di aver veduto. Nella conoscenza squallida
abbiamo ritrovata la nostra realtà: l'io che è al di fuori della vita di tutti
i giorni, l'illusione e la malattia in tutto il resto: e l'estraneità, la brutalità
e la non-proprietà di tutte le cose che si chiamano spirituali: pensiero, sentimento,
fede.
E si svegliò in noi: "quel che abbiamo di divino: l'azione antiumana"5.
L'uomo che non è più agito, ma agisce - unica realtà - si risolse nella
vita di ogni ora nel motivo della negazione. Da qui l'arte, la nostra arte,
come terapeutica dell'individuo.
Noi siamo distruttori, immorali, disorganizzatori: vogliamo morte e follia:
"Nous déchirons, vent furieux, le linge des nuages et des prières, et préparons
le grand spectacle du désastre, l'incendie, la décomposition. ...l'état de folie,
de folie agressive, complète d'un monde laissé entre les mains des bandits qui
se déchirent et détruisent les siècles: sans but ni dessein, sans organisation"6.
Ed in questo è la nostra saggezza, la nostra pena di vivere: portare logica
e coerenza, disseccare la volontà di vivere, portare l'arbitrio nell'ordine,
disciogliere il concreto nell'astratto, la fede nel capriccio. Non abbiamo più
terra ferma, siamo contraddittori, prendiamo in giro noi, stessi come gli altri:
nulla ci possiede; non vogliamo che questa negazione chiudentesi in se stessa,
che l'annullamento in noi degli idoli, della necessità della malattia che ci
ha creato le categorie: ossia la passione e la rappresentazione.
E tutto ciò, senza necessità, senza fede; io, sono al di fuori; ogni
elemento sincero rappresenta incoscienza, non-proprietà.
Per capriccio - giuoco triste - arte.
Alchimia ed allucinazione delle forme astratte.
Noi sappiamo quel che facciamo, ché possediamo la distruzione, e non la distruzione
possiede noi: lo sappiamo freddamente, chirurgicamente: mentre dall'altro lato
tutto quel che facciamo è per noi stessi assolutamente incomprensibile: non
vogliamo nulla. Io sono in malafede: i miei poemi m'importano come uno smalto
per unghie: i miei quadri li faccio per la mia vanità. Scrivo perché non ho
nulla da fare e per réclame. Sono un rastaquouère dello spirito. E ripongo la
mia cosa nella forma senza vita, ripongo la mia cosa nel nulla: "ich habe meine
Sache auf nicths gestellt"7.
Ed, a questo punto, l'io passionale ed il mondo pratico divengono spettacolo:
esistono indifferentemente, in un'atmosfera artefatta, in una strana e stanca
realtà di cartone: metropoli automatica, senza vita né stelle. Sdoppiamento
profondo. Al disopra, la possibilità di scancellar tutto nella vita dell'arte
astratta, nell'arbitrio, cosi, ammalandosi un poco in un capriccio ghiacciato;
per non morire: presso all' altissimo granito bianco della coscienza superiore.
LUCI: Vediamo che è come se Evola volesse portare il discorso Dada alla distruzione
totale di tutto, come A un nuovo modo d'intendere l'esistenza più legato alla
spiritualità, di liberazione dalle qualità ancora umane com'è anche la fede,
che infatti non può dare un accesso al divino, dio non ha Fede, nè Emilii, per quello Berlusconi non è dio, cazzo! Comunque questo processo di distruzione
e di liberazione deve passare dalla liberazione dal sentimento, dal bisogno,
Evola parla ad esempio dell'egoismo, sostenendo la capacità di bastare a sé
stessi, rinunciando al mondo esterno, proprio per potervisi unire: è un discorso
sulla negazione della divisione, come dicemmo per D'Annunzio a proposito de
Il trionfo della morte; per D'Annunzio è impossibile ed Evola lo ricollegherebbe
a un discorso di decadenza, quello che Nietzsche chiamava in senso negativo
Nichilismo, l'impossibilità di trovare una via d'uscita nel mondo moderno. Poi
per Evola come per tutti i grandi mistici, da Master Eckart della filosofia
mistica medievale tedesca, a Dionigi Areopagita di quella bizantina del tempo
dei padri della Chiesa, il processo è quello di ricerca della negazione completa,
diventare dio quando si è nulla.
E la liberazione dall'arte di Evola, a favore della divulgazione della tradizione,
va letta in questo senso. Non voleva più esistere né come figura artistica né
filosofica, rivendicando una proprietà una firma in ciò che scriveva, ma compiendo
solo un'immersione nei simboli della storia dell'umanità, per recuperarli. Vorrei
ancora aggiungere qualcosa a proposito di un saggio dal titolo Cavalcare
la tigre, scritto alla fine degli anni '50: se lo trovate leggetelo perché
è un trattato completamente anti-Pasolini. Noi possiamo pensare che essendo
un tradizionalista, rifiutasse totalmente il mondo moderno, e si mettesse anche
lui a cercare lucciole e ragazze nei boschi, e si lamentasse per la televisione
che aveva distrutto la famiglia italiana, ma invece, sapendo che si trattava
di una fase di dissoluzione, voleva che questa fosse portata all'estremo: era
molto più coraggioso avere certi valori, e cercare il proprio vero sé come i
nomadi della metropoli, che lamentarsi e ritirarsi in cima alle montagne. Era
contro la modernità, ma era contro vivendola, senza nostalgie: in questo momento
giusto essere qua e fare quel che bisogna fare.
PONTE: Allora come relazionerebbe il nostro lavoro a quello di Evola? Cosa
ci ha insegnato?
LUCI: Che la cosa più importante è realizzarsi come individui. L'astrazione
e gli altri metodi servono a questo. E poi di stare attenti se capitate in mezzo
a un bombardamento...
CICCIO: Cosa bisogna fare?
ZENO: Essere i bombardatori.